75esimo anniversario del salvataggio elvetico della galleria del Sempione nell’aprile 1945

La prima mattina del 22 aprile 1945, un gruppo di 30 partigiani attacca il Deposito munizioni 12 della stazione di Varzo. Nel giro di quattro ore, riesce a neutralizzare e distruggere circa 36 tonnellate di esplosivo e impedire la distruzione delle due canne del tunnel del Sempione, lunghe 20 chilometri, che la Wehrmacht ha pianificato da tempo per la distruzione.

Tedeschi, fascisti e partigiani al confine vallesano
In precedenti articoli abbiamo parlato di come l’Ossola fu occupata dai tedeschi a partire dal settembre 1943. Dopo un breve soggiorno di un battaglione della divisione Waffen-SS Leibstandarte Adolf Hitler, che costò la vita ad almeno 57 ebrei tra Verbania e Meina, la zona fu occupata dalla guardia di frontiera tedesca – Zollgrenzschutz. Impotenti e mal equipaggiati per affrontare le prime formazioni partigiane, vengono aiutati da unità della SS-Polizei, precedentemente dispiegate sul fronte orientale, particolarmente attive nel massacro di ebrei, partigiani e civili nelle paludi di Prypyat, ora meglio nota come zona di Chernobyl. Tuttavia, nell’estate del 1944, incoraggiati dagli aiuti promessi dagli Alleati e dalla vicinanza della Svizzera, i partigiani cominciarono a liberare l’Ossola praticamente da Intra al Passo San Giacomo al confine con la Valle Bedretto e il Gottardo.

Dal 10 settembre al 23 ottobre viene fondata la “repubblica partigiana dell’Ossola”. Un breve e caotico esperimento democratico, capace di strutturarsi per 44 giorni e di dimostrare agli scettici che l’Italia era comunque in grado di governare se stessa, nonostante avesse vissuto vent’anni di fascismo e il giogo delle forze di occupazione tedesche. Gran parte della “Giunta” di questa repubblica aveva già lasciato il Ticino in precedenza e fu in grado di darsi rapidamente una struttura: il servizio postale, le ferrovie, l’ordine pubblico e persino il commercio con la Svizzera. I nazisti fascisti superarono il loro momentaneo disorientamento, e all’inizio di ottobre 1944 si prepararono alla rioccupazione della zona “libera”.

L’attacco nazifascista effettuato tra il 10 e il 23 ottobre con circa 3.500 soldati fu sanguinoso – anche il confine vicino a Gondo fu bombardato dalla Luftwaffe – e durò solo pochi giorni, costringendo i partigiani a ritirarsi. Solo pochissimi combattenti della resistenza riuscirono a sopravvivere nascondendosi in montagna, la maggior parte di loro fuggì in Svizzera. Fu un periodo caotico in cui il Vallese e il Ticino dovettero assorbire rapidamente migliaia di partigiani, civili e persino bambini.

Preparativi tedeschi per l’esplosione del tunnel del Sempione
Le brevi battaglie per la rioccupazione dell’Ossola avevano gravemente danneggiato le infrastrutture della regione. Questo spinse l’unità responsanbile per le operazioni contre le forze partigiane, di stanza a Monza a spostare un’unità del genio – circa 30 soldati della Wehrmacht – che riparò abbastanza rapidamente i ponti e i viadotti distrutti.

Particolare dell’identità del disertore tedesco Josef Bierlein, sergente appartente alla Eisenbahn Pionier Bau-Bataillon 12, impiegato a Varzo. L’unità proveniva da Codogno. Fonte: Insubrica Historica via Archivio Federale Svizzero

Nello stesso frangente questo reparto iniziò nel novembre del ’44 a preparare l’esplosione del portale sud del tunnel del Sempione. La prevista demolizione del tunnel del Sempione e la distruzione delle centrali elettriche e delle fabbriche nella regione dell’Ossola facevano parte del concetto delle forze di occupazione tedesche di terra bruciata. I tedeschi, ormai demoralizzati, erano però mal equipaggiati e spesso i pochi materiali a loro disposizione – compressori, pompe e utensili vari – venivano sabotati anche dai dipendenti delle FFS di stanza a Varzo e Domodossola.

Vecchi obici della marina a Varzo, alcune delle munizioni pesavano fino a 150 kgs.
Data della fotografia non conosciuta, ma probabilmente estate 1945.
Fonte: Insubrica Historica – www.insubricahistorica.ch

I tedeschi riuscirono a fare poco per far saltare il tunnel. In quattro mesi vennero scavate solo tre piccole camere per le mine, posizionate lateralmente all’ingresso del tunnel, troppo poco per distruggere le due canne. Sempre nei pressi del portale sud si trovavano tre gallerie trasversali costruite dall’esercito italiano durante la prima guerra mondiale, teoricamente pronte a distruggere le due canne del Sempione. L’unico problema era che questi tunnel trasversali e le camere di scoppio erano ormai allagate e accessibili solo dall’esterno. Per i tedeschi l’operazione comportava troppi rischi, poiché i partigiani erano tornati nell’area del Sempione nel gennaio 1945, segnando sempre più la loro presenza a Valdivedro e ponendo costantemente in atto sporadici agguati di successo.

I servizi segreti svizzeri al servizio dei partigiani
Il confine del Sempione era sorvegliato da parte elvetica dalla Brigata Alpina 11 sotto il comando del colonnello Hans Bühler, che occupava diverse basi nelle immediate vicinanze di Gondo. La strada del Sempione, che Napoleone fece costruire nel 1800 per attraversare la Gola di Gondo, era così assicurata da diverse fortezze, rendendo il passaggio difficile, se non impossibile, per una forza d’attacco.

A Domodossola c’era anche un’importante diaspora economica elvetica, già esistente prima della prima guerra mondiale. Si trattava per lo più di industriali, commercianti, albergatori, funzionari doganali e postali e spedizionieri. Si potrebbe pensare a personale civile innocuo, ma la maggior parte di loro era stata assunta dal servizio di difesa svizzero oppure aiutava attivamente i partigiani.

La figura più prominente è stata quella del trentenne Peter Bammatter di Naters, in una posizione posticcia di vicedirettore della dogana svizzera di Domodossola, ma in realtà capitano dei servizi segreti. Il poliglotta, uomo di formazione commerciale, in carica dal 1941, aveva costruito una vasta rete di spionaggio nella regione grazie alla sua conoscenza dell’italiano. Mario Rodoni, impiegato delle FFS di Biasca, residente a Varzo, era invece il suo fedele assistente. Queste persone – ma ce n’erano molte altre – cominciarono a raccogliere informazioni sui preparativi dell’esplosione tedesca.

Secondo da sinistra il ticinese Mario Rodoni collaboratore di Pierre Bammatter insieme ad altri svizzeri impiegati presso le FFS ed un non meglio identificato soldato della Zollgrenzschutz, foto presa nell’estate del 1944 a Varzo.
Fonte: Casa della Resistenza, Fondotoce / Verbania.

Gli stessi tedeschi, messi a dura prova dal conflitto e dalla guerriglia, ogni sera smantellavano completamente l’equipaggiamento dopo aver lavorato al portale di Iselle, per poi passare la notte nella più sicura Varzo. Fu solo nella notte buia, quando la galleria rimase incustodita, che i servizi segreti svizzeri riuscirono a ricostruire l’entità dei preparativi per l’esplosione tedesca.

A sinistra il ticinese Mario Rodoni collaboratore di Pierre Bammatter insieme ad un soldato della Zollgrenzschutz, foto presa nell’estate del 1944 a Varzo.
Fonte: Casa della Resistenza, Fondotoce / Verbania.

Molto di questo è dovuto al poco conosciuto vallesano Paul Bardet, capitano e ingegnere delle FFS, che si avventurò da Briga più volte nel tunnel del Sempione, e potè vedere nel dettaglio ciò che i tedeschi stavano preparando. Bardet produsse una serie di relazioni e disegni dettagliati sulla sua attività di spionaggio. Gli svizzeri arrivarono anche a trafugare un proiettile navale tedesco, rubato da Mario Rodoni e portato in Svizzera per essere esaminato dall’esercito. L’esercito voleva assicurarsi del potenziale di detonazione e non lasciare nulla al caso.

Come neutralizzare il pericolo
I tedeschi portarono ripetutamente circa 400 tonnellate di proiettili navali, che pur essendo obsoleti contenevano ancora materiale esplosivo. Si trattavano di proiettili difficili da maneggiare che furono lasciati alla stazione di Varzo. Già il 15 marzo, un rapporto del Capo del Servizio di Distruzione dell’Esercito, maggiore SMG Schenk, affermava chiaramente che la minaccia tedesca era reale, ma che non causerebbe alcun danno significativo al tunnel del Sempione, a causa della mancanza di materiale di perforazione e di decisioni sbagliate nel posizionamento delle camere di miniera, nel testo originale in francese letteralmente:

“… le nouvel ouvrage de la Wehrmacht est à efficacité minime, n’intéressant que le portail, partiellement, laissant même le tunnel 2 complètement intact...”.

Tuttavia, secondo il maggiore Schenk, gli svizzeri avevano nel corso del marzo 1945 solo tre possibilità: la via diplomatica con una Wehrmacht completamente disorganizzata, con il pericolo di rivelare ai tedeschi ciò che è noto; un improbabile attacco svizzero sul territorio italiano, politicamente impraticabile; o come terza possibilità, l’attivazione dei partigiani per neutralizzare il pericolo. E così fù. Dal marzo 1945 Bammatter e Rodoni cominciarono a contattare le formazioni partigiane, si chiamavano divisioni e battaglioni, ma in realtà c’erano solo poche centinaia di partigiani, mal equipaggiati, affamati e, come vedremo, non sempre disciplinati.

Uno dei disegni di Paul Bardet, sul quale gli Svizzeri analizzano i lavori di posa delle mine da parte tedesca. Il disegno viene fatto nel marzo 1945.
Fonte: Insubrica Historica via Archivio Federale Svizzero, Berna

L’audace colpo di stato partigiano alla stazione di Varzo
Nel frattempo, il 5 aprile, un carico finale di 36 tonnellate di esplosivo era arrivato nuovamente alla stazione di Varzo. Questo carico, proveniente da Monza, era stato suddiviso in diversi vagoni vuoti: nonostante le informazioni fornite in anticipo da Bammatter, il carico era sfuggito alle indisciplinate truppe partigiane, che non furono in grado di intercettare il convoglio durante il viaggio. Gli svizzeri vanno ben oltre la semplice trasmissione di informazioni ai partigiani. Tra i soldati tedeschi dimessi c’è una particolare persuasione psicologica. Sigarette, vino e cibo vengono offerti – come riferisce Bammatter, vengono acquistati al mercato nero di Domodossola, e a poco a poco i tedeschi vengono convinti dell’inutilità di tale distruzione. In un incontro di venerdì 20 aprile, si decide finalmente con i partigiani di iniziare l’attacco.

Cartina raffigurante l’attacco partigiano del 22.4.1945 alla stazione di Varzo.
Fonte: Insubrica Historica – www.insubricahistorica.ch

Nella notte del 21 aprile 1945, 30 partigiani attaccarono il casello 12 della stazione di Varzo. I rimanenti partigiani – circa 130 – bloccarono le due guarnigioni della SS-Polizei e della Wehrmacht a Varzo, sbarrarono la strada per Iselle e il fondovalle a San Giovanni, e tagliarono l’elettricità e tutti i mezzi di comunicazione a Varzo. L’azione partigiana si svolse senza perdite da entrambe le parti, poiché gli svizzeri avevano in precedenza convinto le guardie tedesche della Wehrmacht a disertare. In poco più di quattro ore, 36 tonnellate di esplosivo vennero neutralizzate separando i detonatori dal tritolo.

Ritratti dei partigiani che compirono l’attacco alla stazione di Varzo il 22 aprile 1945. I nominativi sono da in alto a sx: Ugo Scrittori, Serafino Zani, Giuseppe Bensi, Santo Zanelli, Basilio Pelganta, Fulvio di Salvo, Giuseppe Verdura e Quinto Solfrini.
Fonte: Pier-Antonio Ragozza.

Alle 4.30 del mattino del 22 aprile 1945 l’esplosivo, sparso nonostante la pioggia all’esterno su un vicino e ripido pendio, fu dato alle fiamme. Vi fù un forte fuoco, che si vedeva da lontano in tutto il villaggio. Ironia della sorte, i danni alla ferrovia causati dall’attacco partigiano vennero rapidamente riparati dallo stesso reparto tedesco, che svolse il lavoro per conto delle FFS proprietarie del tracciato, per poi – a lavori terminati – fuggire rapidamente in Svizzera e lasciarsi internare. Secondo Max Waibel, che in seguito divenne divisionario e mediatore nell’Operazione Sunrise – la capitolazione dell’esercito tedesco in Italia – Karl Wolff, che fu comandante dell’intero fronte posteriore tedesco in Italia, aveva promesso durante le trattative a Zurigo e ad Ascona il 18-19 marzo 1945 di astenersi da qualsiasi azione che potesse danneggiare i beni industriali italiani. Il 22 aprile, però, l’operazione Sunrise era ancora in pieno svolgimento e la resa tedesca nel nord Italia è stata firmata solo il 29 aprile. Nelle sue memorie, Waibel menziona sempre un “eventuale”, oltre che improbabile, esplosione del tunnel del Sempione.

Immagine del casello 12 alla stazione di Varzo, presa nell’immediato periodo del dopoguerra.
Fonte: Insubricahistorica – www.insubricahistorica.ch

La conclusione e cosa ne è stato degli attori principali
Alla faccia della “neutralità”, gli svizzeri raccolsero tutte le informazioni necessarie per evitare la detonazione degli esplosivi della Wehrmacht. Andarono ben oltre la demoralizzazione e la corruzione dei soldati tedeschi e alla fine passarono l’informazione ai partigiani per distruggere gli esplosivi. Se non ci sono stati morti o feriti nell’impresa del Sempione, è stato solo grazie alla persuasione svizzera dei soldati della Wehrmacht.

Schizzo partigiano dettagliante il materiale esplosivo tedesco alla stazione di Varzo.
Lo schizzo per l’azione, sulla base delle informazioni del SIMNI e di
quelle raccolte dagli agenti svizzeri, viene redatto dall’aiutante partigiano “Gianni”, meglio conosciuto nel dopoguerra come Gianni Brera, noto giornalista sportivo.
Fonte: Pier-Antonio Ragozza

I partigiani si occuparono esclusivamente dell’aspetto operativo. Alcuni dei trenta partigiani che parteciparono all’azione di Varzo ricevettero – nonostante fossero Garibaldini – orologi e pochi contanti come ricompensa dagli svizzeri. I partigiani, meno riconosciuti in Svizzera, vennero invece ampiamente celebrati come eroi in Italia, soprattutto in occasione delle cerimonie annuali di commemorazione.

Il ticinese Mario Rodoni rimase per sempre a Varzo e continuò il suo lavoro per la ferrovia. Paul Bardet continuò la sua carriera a Losanna come ingegnere delle FFS e nel 1948 fu promosso maggiore nell’esercito. Dopo il conflitto Pierre Bammatter lavorò inizialmente a Zurigo insieme al fratello. Ha poi trascorso diverso tempo in Africa, in modo particolare nel Congo Belga. Tornato in Svizzera, lavorò per Migros nel settore energetico. Si è stabilì nel Canton Vaud, dove morì nel 1993 a Begnins, vicino a Nyon.

Le cose finirono molto meglio per il comandante della polizia delle SS a Domodossola: nonostante il suo passato di carnefice volontario di partigiani ed ebrei, tornò rapidamente in Germania. Dal 1948 si reinserì tranquillamente nelle forze di polizia tedesche e fece una carriera impressionante che lo portò ai vertici della polizia nazionale, vent’anni dopo – quando andò in pensione – ricevette persino il più alto riconoscimento tedesco per il servizio pubblico. Una carriera esemplare nel dopoguerra, per un capitano della polizia delle SS, che gli svizzeri hanno considerato come responsabile della probabile distruzione del tunnel del Sempione.

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