Rastrellamento Val Grande – La morte dei fratelli Vigorelli

Il rastrellamento della Val Grande tenutosi dal 12 giugno 1944 al 22 giugno 1944 fu l’operazione delle forze tedesche e fasciste più imponente fatta nella regione dell’Ossola – almeno 200 partigiani furono uccisi in questa sola azione. Questo contributo riprende quanto abbiamo scritto nel passato, e riporta alcuni particolari inediti di Bruno e Adolfo Vigorelli, entrambi uccisi durante questo rastrellamento.

La figura dei due fratelli Vigorelli è molto legata alla persona del comandante Dionigi Superti. Entrambi fanno parte di un gruppo partigiano precedentemente fuoriuscito nel Locarnese, il quale entra nella regione della Val Grande – a nord di Intra/Verbania – proprio all’inizio del rastrellamento tedesco.

Il rastrellamento tedesco viene diretto dal Villa Caramora dal maggiore SS-Polizei Ernst Weis, segue il modello tipico delle operazioni anti-guerriglia tedesche dell’estate 1944. Si chiude ermeticamente la zona, a Sud, Ovest e Nord, e si converge verso il centro, rastrellando e catturando tutto quello che si trova.

Intra in primo piano, la regione della Val Grande si trova in secondo piano. Oggi Parco Nazionale rimane una regione selvaggia, molto ardua da percorrere.

Il gruppo di Superti entra nella regione della Val Grande dal passo dell’Alpe di Scaredi il 12 giugno. I due fratelli, Adolfo e Bruno Vigorelli, figli di Ezio, noto avvocato antifascista, accompagnano come ufficiali di scorta il comandante Superti. È molto probabile, nella totale assenza di mezzi di comunicazione che il gruppo non sembra rendersi conto di cosa stia invece accadendo in Val Grande. La zona orientale della valle non ha mai visto una tale avanzata nazifascista che, seppure dotata di mezzi limitati, non lascia spazio di manovra ai partigiani, andando a stanarli nelle loro stesse basi.

I fratteli Bruno e Adolfo Vigorelli, nella cartolina appaiono altri partigiani uccisi nella regione dell’Ossola. Fonte: Archivio di Stato del Canton Ticino

All’alba del 13 giugno il comandante Superti, sempre ignaro di che cosa stia
accadendo, raggiunge l’Alpe di Velina dove sostiene un primo scontro contro le forze nazifasciste che stanno cercando di raggiungere, causa la delazione dei venti ex prigionieri, i partigiani di Mario Muneghina.

Avviatosi col suo grupp verso Corte del Bosco, Superti è preso di mira da mortai tedeschi, forse piazzati a Velina o nel frattempo già schierati a Cicogna dato che il 14.Panzer Jäger Kp. può ora proseguire in rapidità senza incontrare ostacoli partigiani sulla strada. Il fuoco nazifascista è tale da spingere Superti e il suo gruppo ad abbandonare all’improvviso la mulattiera e a mettersi in qualche modo in salvo. Nonostante
il fuoco avversario, Superti riesce infine a raggiungere con difficoltà Pogallo ove si ricongiunge con la retroguardia e i feriti, in precedenza evacuati là dall’altro comandante partigiano, Muneghina.

Partigiani e civili catturati in Val Grande, la maggior parte appartenente originalmente al gruppo di Muneghina. I tedeschi appartengono alla SS-Polizei, e provengono direttamente dal fronte di Roma. Fonte: Casa della Resistenza, Fondotoce.

Il 14 giugno Muneghina, pur essendo all’Alpe di Brusà, intuisce forse che il
rastrellamento in corso è serio, ben organizzato da parte nazifascista. Nella
stessa giornata entra in azione un gruppo dello stato maggiore del
SS-Pol.Rgt.20, all’occasione sotto il comandante di btg. SS-Sturmbannführer e Major d.SchP. Werner Wilcke. Questi, partito in prossimità del ponte di Velina, si sta portando con il gruppo al suo comando alla volta di Pogallo, passando per Tregagno. Il gruppo al comando di Muneghina ammonta in approssimativo a 200 partigiani e almeno ancora 30 prigionieri fascisti, obiettivo appariscente e preso di mira dall’aviazione nazifascista il 14.

La consapevolezza che val Grande e val Pogallo saranno perdute spinge Muneghina a vedere nell’attraversamento della val Cannobina e
nel possibile espatrio in Svizzera l’unica via di salvezza davanti al
rastrellamento in corso. È così che il folto gruppo inizia la marcia alla volta di Finero, estenuante, resa ancor più ardua dalle condizioni meteorologiche avverse e dalla prima neve. Ci sono inoltre donne e feriti che non consentono di trasferirsi con un buon ritmo, mentre la maggior parte degli elementi non mangia da 72 ore, ciò che certo non facilita il ruolo del comandante partigiano intento a preservare il più possibile la disciplina e la compattezza del gruppo. Tant’è che un 20-30 partigiani, superata la Bocchetta di Terza, perde il contatto con il nucleo principale:
probabilmente costoro, sfiniti dallo spostamento, sostano un poco perdendo il contatto con il grosso.

Dettagli del gruppo di partigiani che verrà poche ore dopo fucilato alle 18h00 a Fondotoce, presso l’attuale Casa della Resistenza.

Fortuna vuole che durante il trasferimento non vi sia attività aerea, le condizioni meteorologiche fra le vette cambiano in modo repentino e rendono insicuro l’impiego dell’arma aerea.
Il resto del gruppo, al comando di Muneghina, giunto nei pressi di Finero ha la drammatica sorpresa di trovare la valle e quella località ormai piene di militi nazifascisti, soprattutto militi della RSI e in specie della Milizia confinaria, giunti con un forte contingente formato dagli effettivi dei presìdi di val Vigezzo. Oltre a quest’unità sembra assai probabile la presenza di elementi italiani incorporati in unità tedesche di Polizia, in special modo nel Polizei Freiwillige Ersatz Bataillon.

Non si hanno dettagli sull’operato delle truppe nazifasciste sul fronte cannobino durante questo rastrellamento, ma tutto lascia supporre che siano usate solo come forze di contenimento, per ovviare a un possibile passaggio delle forze partigiane in territorio elvetico. È probabile il
gruppo di Muneghina rimanga nascosto nei boschi per tutto il 15, in attesa di studiare una possibile via d’uscita. L’estremo tentativo di attraversare la
Cannobina è compiuto da Muneghina e da un esiguo gruppo nei pressi del
Piano di Sale, “confine” naturale fra la valli Cannobina e Vigezzo, all’alba del 16.

Nuovamente il gruppo di partigiani, sono circa 45-48 persone. Verranno fucilate 43 persone, una sopravvive, mentre 2-3 persone vengono risparmiate, tra le quali un soldato Sudafricano. Fonte: Casa della Resistenza Fondotoce

Sull’altro fronte il comandante Superti nel frattempo si è ricongiunto, a Pogallo, il 14 giugno, con la retroguardia e i feriti lasciati in precedenza in
quell’alpeggio, da Muneghina. A nulla vale il precedente tentativo di spingere Muneghina a ritornare e a recarsi con Superti in val Pogallo. Muneghina, si è visto, è convinto che la situazione in val Grande stia peggiorando e decide, come già detto, di buttarsi sul versante cannobino. Durante il soggiorno in Svizzera, Superti aveva concordato l’imminente lancio di rifornimenti e personale Alleato in val Grande da paracadutarsi il 15 giugno. La mancanza di viveri e la necessità di entrare in possesso del lancio lo inducono a lasciare Pogallo alla volta della val Grande, via Bocchetta di Campo. Le forze nazifasciste non paiono solo a caccia di partigiani. Nell’area occidentale della val Grande trovano tempo e utilità di far saltare un fortino, sopra la frazioncina di Bettola, parte della rete di fortificazioni costruita durante la Grande guerra.

Esploso, copre le poche case di macerie, aggravando le strettezze degli alpigiani. La località verrà occupata, poi, da truppe della RSI per tutta la durata delle operazioni. Certo che la salvezza sia in val Grande, Superti inizia il trasferimento da Pogallo il 15 giugno. Lo seguono 70 partigiani, con i due onnipresenti fratelli Vigorelli. Le condizioni meteorologiche stanno peggiorando, sicché il trasferimento del gruppo è in parte favorito e coperto da una provvidenziale nebbia. Allo stremo delle forze, nella tarda serata decidono di fermarsi a bivaccare sulla Bocchetta di Campo dove accendono fuochi. Transita allora il velivolo Alleato che scambia i fuochi del
bivacco per quelli di segnalazione e non esita a paracadutare il
carico. Superti, ignaro del lancio, non realizza che la missione Alleata
e i viveri sono arrivati e vengono sospinti verso Pogallo. La missione
Alleata riuscirà a salvarsi per miracolo, celandosi fra le rocce per tutto il tempo del rastrellamento; mentre i bidoni di metallo con i rifornimenti verranno presi pochi giorni più tardi dai
nazifascisti.

Villa Caramora all’entrata di Intra. Serve alla SS-Polizei come Posto di Comando per il rastrellamento della Val Grande (giugno 1944) e la rioccupazione dell’Ossola (ottobre 1944).

Non tutti i tedeschi e i neofascisti sembrano però impegnati a dar la caccia alla “Valdossola” in val Grande. Vari reparti restano di retroguardia, e procedono a rastrellamenti e a controlli nei comuni vicini. Altri, come la 1a legione d’assalto “Tagliamento”, sostano a Mergozzo. In quest’occasione un allievo milite, Luigi Landoni, di 17 anni, decide di prendersi un bagno. Trovatosi poi in difficoltà in mezzo al lago, inizia ad annaspare e, incapace di tornare a riva, finisce affogato tra l’indifferenza cinica dei suoi commilitoni.

Il 16 giugno Superti, dopo il bivacco alla Bocchetta di Campo, scende col
gruppo all’Alpe di Campo e all’Alpe Portaiola. Constatata l’assenza di fascisti e tedeschi, decide di portarsi a L’Arca e passare a Orfalecchio a raccogliere i
viveri lasciati il 12, al rientro dalla Svizzera. Giunto all’improvviso a L’Arca, è colto di sorpresa dal fuoco di un’unità nazifascista, tanto intenso da suggerire a Superti come unica possibilità di salvezza di risalire rapidi il canalone tra la Ganna Grossa e la Cima Pedum. La manovra fa perdere tempo prezioso e li riconduce alla stessa località del giorno avanti. Presso l’Alpe Portaiola vengono presi dal fuoco degli elementi della SS-Polizeiregiment 20, all’inseguimento del gruppo Superti dalla partenza da Pogallo. Attacco fulminante:

Passano la notte in un bosco – la pioggia non cessa, implacabile -; al mattino riprendono la marcia fino ad una baita ospitale. Qui mentre asciugano i vestiti e preparano il cibo – son giorni che non mangiano qualcosa di caldo – vengono sorpresi dai tedeschi. Raffiche di mitra liquidano le sentinelle. Fofi (Adolfo Vigorelli, ndr) accorre sulla porta. Sparano. Cade. Gli altri, disarmati, inermi, son costretti ad uscir fuori e pochissimi si salvano, cadendo a terra fra lo scrosciare secco dei colpi, fingendosi morti.

A. Marchetti, Ribelle. Nell’Ossola insorta con Beltrami e Di Dio, Milano, Toffaloni, 1947, p. 146.


Non tutto il gruppo cade nell’imboscata, alcuni, una decina circa continuano la marcia con l’intenzione di raggiungere Colloro. All’alba del 16, dopo la sosta di un giorno a ridosso dei nazifascisti, Muneghina decide di tentare qualcosa per passare sull’altro lato della val Cannobina. Il Piano di Sale di Finero è custodito dagli attaccanti, i quali hanno provveduto a erigere due casematte-bunker: sono difese nel punto nevralgico di separazione tra la val Vigezzo e la val Cannobina. Per Muneghina, conscio della situazione disperata, non c’è altra possibilità che tentare lo sfondamento. Il 16, verso le 03:30, riesce a sopraffare le casematte con un colpo di mano. L’azione di Muneghina è di un certo rilievo, poiché non solo riesce a conquistare i due bunker, ma anche a tenerli per un paio d’ore finché i nazifascisti – riorganizzatisi a Finero e sopraggiunti con un camion blindato – lo obbligano ad abbonare la postazione. Riesce poi a passare
sul lato opposto della Cannobina, presso il confine elvetico.

I funerali dei fratelli Bruno e Adolfo Vigorelli, caduti in val Grande, avverranno il 24 settembre 1944 a Domodossola, ed entrambi saranno decorati alla memoria a fine guerra rispettivamente con medaglia d’oro e di bronzo. Da ricostruzioni con chi ha partecipato al rastrellamento pare che Adolfo
abbia dimenticato le armi fuori dalla capanna e, quale comandante, non abbia organizzato difese o almeno postato sentinelle. Tant’è che le rade testimonianze son concordi nell’affermare che il gruppo viene sorpreso da due soli tedeschi. Adolfo è comunque onorato di medaglia di bronzo. Bruno invece trova la morte scivolando in un precipizio e viene decorato di medaglia d’oro.

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