La storia del villaggio di Dumenza, tra il furto della Gioconda e l’occupazione tedesca

Runo di Dumenza è un piccolo – quasi sconosciuto – villaggio a ridosso del Gambarogno, sulla parte varesina del Lago Maggiore, non distante da Luino. Non sembra aver nessuna storia, eppure per chi come Insubrica Historica ricerca la storia locale, è un villaggio particolare per differenti motivi. Ve ne parliamo in questo contributo.

Panorama di Dumenza in un cartolina dell’inizio 1900. Fonte: Insubrica Historica

Arrivare a Dumenza richiede un particolare piacere nel guidare in anguste e strette strade alpine. È un viaggio in una zona remota, caratteristica della situazione orografica subalpina. Strette valle e alte cime, con strade scavate nella roccia. Queste strade ricordano anche come fosse dura le vita solo cento anni fa. Bisogna immaginarsi che cosa significava per la gente della montagna scendere al piano. Una vera e propria odissea, dato che a quel tempo vi erano ancora meno strade.

Dumenza è un villaggio particolare, tanto remoto e piccolo, quanto testimone di storia. Ed è per questo che abbiamo deciso di dedicare questo modesto contributo. Non abbiamo l’obiettivo di fare la storia completa di Dumenza, bensì di darvi qualche spunto storico. Un ringraziamento lo dobbiamo ad un caro amico, Teresio Valsesia, dato che senza la sua indicazione, mai avremmo pensato di visitare Dumenza.

Il 22 agosto 1911 venne dal Museo del Louvre trafugata la Gioconda (Monna Lisa di Leonardo Da Vinci). L’autore della clamorosa azione fu Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza, nato nel 1881. Partito da Dumenza, era giunto dapprima a Milano, dove aveva lavorato per qualche anno come imbianchino. Emigrò poi a Parigi, stabilendosi in Rue de l’Hopital St. Louis 5, oggi il 10 arrondissement. Era un umile caseggiato popolare abitato essenzialmente da operai dell’alta Lombardia. Perugia nonostante avesso inviato dei soldi ai genitori e fratelli a Dumenza, aveva difficoltà finanziarie. È probabile che il furto fu fatto per guadagnare una fortuna, e non come invece sostenuto per ritornare l’opera all’Italia.

Perugia venne arrestato l’11 dicembre 1913 mentra era in procinto di vendere l’opera ad un collezionista di arte di Firenze. Venne processato l’anno seguente il 4-5 giugno 1914. Il gesto considerato come eroico, unitamente ad un presunto stato d’infermità, gli permisero di scontare come pena solo un anno e quindici giorni. Serve nella Prima Guerra mondiale e ritorna poi a Parigi, dove apre un negozio di pittura. Muore pochi anni dopo a Saint-Maur-des-Fossés, nella valle della Marna, non distante da Parigi, l’8 ottobre 1925.

La classe lavoratrice é la potenza, la certezza, la speranza dell’avvenire d’Italia, Mussolini.
Lo slogan proviene da un discorso che Mussolini aveva pronunciato a Legnano nel 1924.

Una delle ultime steli del periodo fascista nella regione Insubrica, si trova proprio in mostra a Dumenza nella piazza principale. Sembra quasi di tuffarsi in un passato, se non fosse che il contesto attuale, con il cartellone elettronico vicino alla stele ci ricorda che siamo ben nel 21esimo secolo, oltre 75 anni dalla fine del conflitto mondiale, ma protagonisti di altri conflitto e calamità se si pensa per esempio a Covid-19.

Il piccolo villaggio di Dumenza viene occupato dopo il 8 settembre 1943, il fatidico armistizio italiano, da un distaccamento della Zollgrenzschutz tedesca. A differenza di quelli presenti in Ossola, gli effettivi provenivano direttamente dall’Austria, ed in particolare dalla regione di Innsbruck. Sono 17 i tedeschi presenti nel piccolo villaggio. Dormono presso privati, requisite per la situazione, ma con i costi dell’alloggio regolarmente saldati dal comando posto a Varese. A loro si aggiungono militi della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) Milizia Confinaria. Dal diario operativo di questa unità custodito a Varese, vi fu una certa attività a Dumenza.

I tedeschi si spingevano con pattuglie fino al limite del confine con il Canton Ticino, pattugliando gli avamposti situati a Pragaleto, Pradecolo e Monte Lema. Vi sono alcune fotografie di questi effettivi, sembrano piuttosto comporre una sorte di armata alpina di Brancaleone. Anche perchè chi componeva la Zollgrenzschutz erano vecchi doganieri, in genere della classe 1890-1900, il più delle volte con la nefasta esperienza della Prima Guerra mondiale alle spalle. Quindi un’unità relativamente stanca delle guerra.

Ciò nonostante l’attività del gruppo di Dumenza è incessante. Vengono catturati in prossimità della frontiera diversi ebrei, soldati italiani e anche naturalmente contrabbandieri. Il posto di Dumenza è se paragonato con altri posti di confine tedeschi della zona – p.es. Zenna, Ponte Tresa e Porto Ceresio – è ancora molto attivo. Naturalmente gli ebrei che vengono catturati a Dumenza, e non sono pochi leggendo il diario operativo, vengono poi portati a Varese e per poi essere infine deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich. L’odissea che tocca a loro, con la partenza dal binario 21 della stazione Centrale di Milano, è molto simile a quanto abbiamo scritto in precedenza per lo sfortunato ebreo Giulio Forti catturato a Cannobio, sul versante Piemontese del Lago, anche lui intento a passare in Svizzera.

Nel caos degli ultimi giorni del conflitto, vi è anche chi fa il cammino a ritroso, scegliendo di entrare in Italia proprio a Dumenza. Il caso più conosciuto è quello di Marcello Petacci (1910-28.4.1945), fratello di Clara Petacci. Il 19 aprile era con la sua famiglia riuscito ad entrare in Ticino. È probabile che la sua intenzione non era quella di fermarsi come rifugiato e mettersi in salvo, ma piuttosto di ritirare da un banca ticinese del capitale fascista. Petacci come la sorella Claretta amante di Mussolini, non riuscì a sopravvivere il conflitto. Catturato a Milano venne fucilato con altri fascisti a Dongo il 28 aprile 1945.

Una delle molteplici pubblicazioni di Mario Sanvito

A Dumenza nel 1964 decede il giornalista Mario Sanvito. Nato a Varese nel 1907, si era fatto un nome nel dopoguerra come autore e ricercatore di storia locale. Pochi sanno però che Mario Sanvito – insigne giornalista del Corriere della Sera – era uno dei principali propagandisti della Repubblica Sociale Italiana di Salò. A lui dobbiamo una serie di articoli sulla riconquista nazi-fascista della Zona Libera Ossola. Il primo intitolato “Così rientro in Domodossola il tricolore della Repubblica”. Un articolo apparso nella prima pagina del Corriere della Sera il sabato 21 ottobre 1944. Viene seguito da un secondo articolo, sempre sul Corriere della Sera pubblicato la domenica del 22 ottobre 1944 con titolo “In Domodossola riconquistata: 34 giorni di tirannia democratica”. Sanvito a fine guerra venne giudicato e condannato a dieci anni, poi inseguito grazie all’amnistia Togliatti anche perdonagto. Pubblicò diversi volumi, scrivendo nel dopoguerra molto sul mondo del pugilato italiano.

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