Ci siamo occupati in passato della storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, dal periplo elvetico del giovane Mussolini fino al Partito Anti-Italiano di Albert Stocker. Vi ritorniamo con un caso meno noto ma per certi versi altrettanto significante: quello di Giovanni “Gianni” Infantino, nato nel 1970 a Briga nell’Alto Vallese, figlio di Vincenzo, addetto ai vagoni letto calabrese e di una camuna, venuto al mondo in circostanze drammatiche proprio nei mesi in cui l’iniziativa Schwarzenbach teneva col fiato sospeso centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. Una vicenda che permette di ricostruire, attraverso la storia di una singola famiglia, le condizioni di vita e di lavoro degli emigrati italiani nel Vallese industriale degli anni Sessanta e Settanta.
L’infanzia di Giovanni Infantino
Il 23 marzo 1970 nacque a Briga, nell’Alto Vallese, Giovanni Vincenzo Infantino, figlio di Vincenzo Infantino, originario di Reggio Calabria, e di Maria Minolfi, cresciuta nella Val Camonica bresciana. Quella che avrebbe dovuto essere una nascita come tante altre si trasformò in poche ore in una corsa contro il tempo: Giovanni Infantino era affetto da una gravissima malattia emolitica causata da un’incompatibilità del fattore Rhesus tra madre e figlio di natura talmente rara da rendere quasi impossibile il reperimento di sangue compatibile.
Non si trattava della consueta distinzione tra Rh positivo e negativo. Il fattore sanguigno coinvolto apparteneva con ogni probabilità al fenotipo noto in immunoematologia come Rh_null, una condizione genetica talmente infrequente da essere comunemente definita «sangue d’oro». Chi possiede questo profilo come Giovanni Infantino è privo di tutti i cinquantuno antigeni che compongono il complesso Rhesus: anche una sola sacca di sangue «0 negativo» avrebbe potuto provocare una reazione trasfusionale fatale. Il servizio trasfusionale della Croce Rossa svizzera identificò in tutta Europa soltanto due donatori compatibili: uno a Belgrado, l’altro a Bristol Inghilterra. Fu lanciato un appello urgente e, grazie a una catena di solidarietà internazionale, i campioni di sangue raggiunsero il Vallese in tempo. I medici dell’ospedale di Briga sottoposero il neonato a un’exsanguinotrasfusione d’emergenza, sostituendo gradualmente il sangue saturo di anticorpi materni con quello compatibile arrivato dall’estero. All’inizio di aprile 1970 diversi quotidiani svizzeri riportarono la notizia: il piccolo Giovanni era fuori pericolo e aveva fatto ritorno tra le braccia della famiglia.

Un figlio dell’emigrazione italiana
I cognomi dei genitori portano con sé la geografia dell’emigrazione meridionale e della Lombardia alpina. Il cognome Infantino presenta una distribuzione calabrese concentrata quasi esclusivamente nella provincia di Reggio Calabria, lungo la fascia tirrenica tra la Piana di Gioia Tauro e lo Stretto di Messina, con nuclei storici a Palmi, Polistena, Cinquefrondi, Taurianova e Bagnara Calabra. La costa ionica ne è pressoché priva. Il cognome materno Minolfi ha invece radici germaniche altomedievali: deriva da composti longobardi come Mainolf o Meinulf, dove Mein- indica «forza» e -wulf significa «lupo». In Val Camonica la presenza della famiglia è attestata da secoli: nel comune di Piancamuno, sulla riva sinistra dell’Oglio, esiste il microtoponimo Minolfa, legato alla locale famiglia Minolfi (o Menolfi, secondo l’alternanza vocalica tipica del dialetto camuno). Via Minolfa ne conserva ancora oggi la traccia topografica.

L’Alto Vallese nel 1970: industria e «Überfremdung»
Giovanni Infantino venne al mondo in un momento di tensione acuta per i lavoratori stranieri in Svizzera. Nel marzo 1970 la campagna per l’iniziativa Schwarzenbach aveva raggiunto il suo apice. Il consigliere nazionale James Schwarzenbach proponeva di limitare la popolazione straniera al dieci per cento in quasi tutti i cantoni: se l’iniziativa fosse stata accettata, tra le 300’000 e le 350’000 persone avrebbero dovuto lasciare il Paese entro quattro anni. La votazione del 7 giugno 1970 la respinse di misura, con il 54 per cento di voti contrari, ma nei mesi precedenti l’incertezza fu enorme. Il 20 marzo 1970 un operaio italiano fu picchiato a morte a Zurigo.

Nell’Alto Vallese la situazione era particolarmente contraddittoria. La regione tra Briga e Visp dipendeva in modo massiccio dalla manodopera straniera. La Lonza gestiva a Visp un grande complesso chimico — il maggiore datore di lavoro della regione — che produceva fertilizzanti, prodotti chimici di base e plastiche. La Alusuisse operava a Steg, poco a ovest di Visp, un impianto di riduzione dell’alluminio alimentato dall’energia idroelettrica delle dighe vallesane.
Kampfzone Ossola: Der Widerstand an der Schweizer Südgrenze 1943–1945
Das Buch «Kampfzone Ossola» beleuchtet die Rolle der Schweiz – insbesondere des Tessins und des Wallis – im Widerstandskampf an der Südgrenze während der letzten Kriegsjahre 1943–1945. Es zeigt, wie die Schweizer Neutralität in der Praxis weit mehr war als blosses Abseitsstehen: Durch die Aufnahme von Flüchtlingen und die Unterstützung der Partisanen im Ossolagebiet wurden Tausende Menschenleben gerettet. 80 Jahre danach schliesst das Werk eine Lücke in der Schweizer Geschichtsschreibung und liefert einen wichtigen Beitrag zur laufenden parlamentarischen Debatte um die Rehabilitierung jener Schweizerinnen und Schweizer, die den Widerstand in Norditalien unterstützten.
Entrambe le aziende funzionavano a ciclo continuo e assegnavano ai lavoratori stranieri le mansioni più pesanti e pericolose. Questi ultimi vivevano sotto il regime dello Statut de saisonnier: il permesso di soggiorno era vincolato a un singolo datore di lavoro, il ricongiungimento familiare era vietato, e l’alloggio consisteva spesso in baracche di legno provvisorie ai margini dei cantieri o degli stabilimenti. I vallesani autoctoni, molti dei quali Arbeiterbauern — operai-contadini che combinavano il lavoro in fabbrica con la gestione di un piccolo podere di montagna — godevano di una stabilità sociale ed economica del tutto diversa.

Il padre: venticinque anni sui vagoni letto
Le informazioni biografiche comunemente disponibili su Vincenzo Infantino si limitano a poche righe: gestiva un’edicola e morì per infarto. Ricerche più approfondite restituiscono un quadro diverso. Vincenzo Infantino, residente a Briga, lavorò per venticinque anni come addetto alle carrozze letto per la Compagnia Internazionale dei Vagoni Letto, con sede a Basilea, prestando servizio sui treni delle Ferrovie Federali Svizzere (FFS).

Ogni mese riceveva il programma delle rotte e compiva dalle sei alle sette trasferte di due notti ciascuna, raggiungendo Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Roma. La sera partiva, al mattino arrivava a destinazione, la sera stessa ripartiva e il terzo giorno rientrava a Briga. Le mansioni erano complesse: assisteva fino a 33 passeggeri nelle carrozze letto e fino a 60 nelle cuccette, raccoglieva i passaporti per sbrigare le formalità doganali mentre i viaggiatori dormivano, teneva i registri, preparava il caffè al mattino e curava il servizio sveglia. La regola era restare sempre vigili: chi veniva sorpreso a dormire tre volte dai controllori di linea rischiava il licenziamento immediato. Sui treni operavano talvolta ladri professionisti. Vincenzo Infantino ricordava il caso di una coppia di turisti giapponesi derubata di tutto, la cui refurtiva fu poi restituita per posta al servizio oggetti smarriti di Briga — senza i contanti.

Dopo un infarto che colpì il padre, il giovane Giovanni prese a dare una mano nell’edicola di famiglia. Frequentò il Kollegium Spiritus Sanctus, l’unico liceo di lingua tedesca del Vallese, dove conseguì la maturità neolinguistica come primo della classe, con una media di 5,3. Nonostante le origini modeste, dimostrò una padronanza della lingua e della cultura italiana al di là dell’ordinario: nel concorso di letteratura italiana per liceali vallesani si classificò al secondo posto nella categoria riservata agli studenti di lingua madre italiana e ricevette il riconoscimento dalle mani di Michel Veuthey, consigliere culturale del Canton Vallese, durante il Seminario di letteratura italiana al collegio dei Creusets a Sion. Studiò poi giurisprudenza all’Università di Friburgo.

Vivere con il «sangue d’oro»: le implicazioni mediche
La condizione ematologica con cui Giovanni Infantino venne al mondo non si esaurì con l’exsanguinotrasfusione dei primi giorni di vita. Il fenotipo Rh_null, se di questo effettivamente si trattò, accompagna il portatore per tutta l’esistenza, con vincoli medici precisi che condizionano la quotidianità.
Sul piano ematologico, i portatori di Rh_null presentano tipicamente una forma di anemia emolitica compensata di grado lieve-moderato. I globuli rossi, privi degli antigeni Rhesus che contribuiscono alla stabilità della membrana eritrocitaria, hanno una vita media più breve del normale e vengono distrutti più rapidamente dalla milza. L’organismo compensa con una produzione accelerata di eritrociti, ma il margine resta ridotto. Le conseguenze sono una stanchezza di fondo più marcata, una maggiore sensibilità allo sforzo fisico prolungato e una milza tendenzialmente ingrossata, che in alcuni casi richiede monitoraggio ecografico regolare.

L’alimentazione di un soggetto Rh_null deve garantire un apporto costante di ferro, acido folico e vitamina B12 per sostenere l’eritropoiesi accelerata. Non si tratta di un regime dietetico particolare, ma di evitare carenze che in una persona con turnover eritrocitario normale sarebbero tollerabili e che in un portatore di Rh_null possono precipitare un’anemia sintomatica. L’alcol in eccesso, che deprime la produzione midollare, e alcuni farmaci con potenziale emolitico, certi antibiotici, antimalarici e antinfiammatori, vanno gestiti con cautela.
Il problema critico resta la trasfusione. In caso di incidente grave con emorragia, la situazione diventa potenzialmente letale non per l’emorragia in sé, ma per l’impossibilità di trasfondere sangue convenzionale. Anche il sangue «0 negativo», usato normalmente nelle emergenze, contiene antigeni Rhesus che il sistema immunitario di un soggetto Rh_null riconosce come estranei. Una trasfusione incompatibile provocherebbe una reazione emolitica acuta, con insufficienza renale, coagulazione intravascolare disseminata e potenziale arresto cardiaco. Le opzioni in emergenza si riducono all’autotrasfusione durante l’intervento chirurgico, al sangue Rh_null proveniente da una banca del sangue raro — al mondo se ne conoscono meno di cinquanta donatori, e le scorte sono custodite in pochissimi centri, tra cui il Centre National de Référence pour les Groupes Sanguins di Parigi — oppure, in ultima istanza, a sangue con il minor numero possibile di antigeni Rhesus, accettando il rischio di una reazione attenuata.
Per questa ragione, chi vive con Rh_null porta di norma un documento o un braccialetto medico che indica il gruppo sanguigno e i recapiti del centro immunoematologico di riferimento. Alcuni donano periodicamente il proprio sangue per costituire una riserva autologa congelata, utilizzabile in caso di necessità personale. La rete internazionale di sangue raro, coordinata dalla International Society of Blood Transfusion (ISBT), mantiene un registro dei donatori, ma i tempi di reperimento restano nell’ordine di ore o giorni — un lusso che un’emorragia traumatica non concede.
L’aspettativa di vita, in sé, non risulta significativamente ridotta, a condizione che la persona sia seguita da un centro di immunoematologia specializzato. Il rischio non risiede nella longevità, ma nella gestione delle emergenze.
Una nota di prudenza si impone: le fonti disponibili sulla nascita di Giovanni Infantino parlano di un fattore Rhesus «tra i più rari», senza specificare la diagnosi esatta. Potrebbe trattarsi del fenotipo Rh_null, ma anche di un’altra delezione rara del sistema Rhesus — ad esempio il fenotipo D– o una variante parziale — con implicazioni cliniche simili ma non identiche. In assenza di una conferma medica pubblica, le considerazioni esposte in questo contributo di Insubrica Historica vanno intese come un inquadramento generale delle condizioni associate ai fenotipi Rhesus più rari, non come una diagnosi retrospettiva.
Da Briga al vertice della FIFA, la traiettoria di Giovanni Infantino rimane inscritta nella storia dell’emigrazione italiana in Svizzera: un bambino dal «sangue d’oro», figlio di un addetto ai vagoni letto calabrese e di una camuna, nato in una stanza d’ospedale del Vallese industriale mentre fuori infuriava il dibattito sull’Überfremdung.
Considerazioni mediche finali sul sangue di Giovanni Infantino
L’originale articolo distribuito da ATS (allora Agence Télégraphique Suisse) e ripreso nell’aprile 1970 da diversi quotidiani elvetici, non nomina il fenotipo Rh_null. Scrive «un sang au facteur rhésus des plus rares» e specifica che in tutta Europa erano note soltanto due persone con quel sangue, una a Belgrado e una a Bristol.
Questi dati sono compatibili con il fenotipo Rh_null, che nel 1970 era stato identificato da meno di dieci anni (prima scoperta nel 1961 in una donna aborigena australiana) e che ancora oggi conta meno di cinquanta casi accertati nel mondo. Il fatto che nel 1970 risultassero soltanto due donatori compatibili in Europa è coerente con la rarità estrema di quel fenotipo.
Detto questo, la fonte non permette una conferma definitiva. L’espressione «facteur rhésus des plus rares» potrebbe riferirsi anche ad altri fenotipi Rh estremamente rari — ad esempio il fenotipo D– (D-delezione), in cui mancano gli antigeni C, c, E, e ma è presente il D, oppure varianti parziali del sistema Rh con delezioni multiple. Anche queste condizioni sono rarissime e nel 1970 avrebbero potuto contare pochissimi donatori noti in Europa.
La differenza non è trascurabile: nel fenotipo Rh_null mancano tutti i 61 antigeni del sistema Rh, nel fenotipo D– ne mancano molti ma non tutti, e le implicazioni cliniche (gravità dell’anemia emolitica compensata, rischi trasfusionali) sono proporzionalmente diverse.
In sintesi: Rh_null resta l’ipotesi più probabile, dato il numero estremamente ridotto di donatori (due in tutta Europa), ma senza documentazione medica diretta non è verificabile.