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Perché dobbiamo studiare la storia ?

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Lo spunto di questo contributo nasce da un articolo apparso sulla NZZ nell’estate 2025, dedicato alle nuove “Indicazioni Nazionali per il curricolo della Scuola dell’infanzia e del Primo ciclo di istruzione“. Si tratta di un documento pubblicato dal governo Meloni nell’estate 2025 che contiene orientamenti su come affrontare la didattica in diversi ambiti scolastici, tra cui la Storia.

Con questo breve contributo non intendiamo entrare nel merito della polemica sull’orientamento storico eurocentrista, come suggerito dal documento e come già affermato da Marc Bloch 85 anni fa. Preferiamo piuttosto porci una domanda fondamentale e cercare di rispondervi: “A cosa serve studiare la storia? Ci servirà a qualcosa da adulti nella nostra vita futura?”

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È la domanda che risuona spesso nelle aule scolastiche, pronunciata da studenti che faticano a comprendere il valore di date, nomi e battaglie che sembrano appartenere a un passato lontano e irrilevante. Eppure, dietro questa domanda apparentemente semplice si nasconde una delle questioni più profonde del sapere umano.

Una domanda antica, sempre attuale

Non siamo i primi a porci questo interrogativo. Già Marc Bloch (vedi Dilexit veritatem), nel suo immortale “Apologia della storia o mestiere di storico”, tentò di rispondere a questo quesito fondamentale. La sua riflessione, rivolta tanto ai dotti quanto agli scolari, non ha mai smesso di essere attuale, tanto che negli ultimi anni gli storici sono tornati a interrogarsi sul senso profondo della loro disciplina.

Dilexit Veritatem ovvero amava la verità. Targa in memoria di Bloch all’Università Marc Bloch di Strasburgo, che ora fa parte della nuova Università di Strasburgo.

La persistenza di questa domanda ci dice qualcosa di importante: la storia non è una materia come le altre. Non è solo un insieme di nozioni da memorizzare per superare un esame, ma qualcosa di più profondo e trasformativo.

Oltre la cronologia: pensare i fatti

Il primo malinteso da sfatare è quello che riduce la storia a una semplice raccolta di fatti disposti in ordine cronologico. La storia non è un elenco del telefono del passato. Come dovremmo aver compreso dopo oltre due millenni di tradizione occidentale, la storia consiste nel pensare i fatti.

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Ma cosa significa “pensare” un evento storico? Significa innanzitutto indagarne le origini, non limitandosi a chi ha materialmente compiuto un’azione, ma esplorando le cause profonde che l’hanno resa possibile. Significa poi comprenderne i nessi, collegando ogni evento al complesso intreccio di fattori sociali, culturali, religiosi, economici e geografici che lo hanno influenzato. Infine, significa analizzarne le conseguenze, valutando come ogni singolo evento abbia contribuito a modellare il futuro.

Il potere trasformativo del pensiero storico

Questa “disposizione d’animo” non è un semplice esercizio intellettuale. È attraverso questo modo di ragionare che la cultura occidentale è riuscita a comprendere, conquistare e modellare il mondo per secoli. La storia ci ha insegnato ad analizzare la complessità, riconoscendo che ogni evento è il risultato di multiple cause interconnesse. Ci ha abituato a pensare criticamente, rifiutando spiegazioni semplicistiche o unidimensionali. Ci ha fatto comprendere il cambiamento, mostrandoci che nulla è immutabile e tutto evolve attraverso processi che possiamo studiare e comprendere.

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Perché la storia ci serve oggi

In un’epoca di fake news, polarizzazione e semplificazioni eccessive, il pensiero storico è più necessario che mai. Studiare storia significa sviluppare senso critico, imparando a non fidarci delle spiegazioni semplicistiche e abituandoci a cercare le cause profonde, a dubitare delle versioni ufficiali, a confrontare fonti diverse.

La storia ci aiuta a comprendere il presente, poiché ogni problema contemporaneo ha radici nel passato. Senza comprendere la storia dell’immigrazione, dell’economia, dei conflitti internazionali, come possiamo orientarci nel presente? Chi conosce i pattern storici sa riconoscere quando si ripetono, non per predire il futuro, ma per prepararsi meglio alle sfide che ci attendono.

Inoltre, la storia ci trasforma in cittadini consapevoli. La democrazia ha bisogno di cittadini informati, e solo chi conosce la storia delle istituzioni, dei diritti, delle lotte sociali può partecipare attivamente alla vita democratica.

La storia come strumento di gestione aziendale

Ma il valore della storia non si esaurisce nella formazione del cittadino consapevole o dello studente critico. Trova applicazione diretta anche nel mondo degli affari e della gestione aziendale, dove la capacità di “pensare storicamente” diventa uno strumento fondamentale per la gestione dei rischi, in particolare quelli qualitativi.

Come aveva intuito Marc Bloch, la metodologia storica si riflette direttamente nelle moderne tecniche di risk management. L’analisi PESTLE, uno degli strumenti più utilizzati nelle strategie aziendali per valutare i fattori Political, Economical, Social, Technological, Legal ed Environmental, non è altro che l’applicazione del metodo storico al presente: esplorare le cause profonde, analizzare i nessi, comprendere le interconnessioni.

La storia nel contesto economico equivale ad avere un dado e possedere la capacità di analizzarne tutte e sei le facce contemporaneamente. Solo attraverso questa visione multidimensionale è possibile cogliere la totalità delle prospettive e anticipare scenari futuri. Un manager che sa leggere storicamente i mercati, le crisi economiche passate, l’evoluzione dei comportamenti di consumo e le dinamiche sociali, possiede un vantaggio competitivo inestimabile.

Quando un’azienda affronta una crisi, chi conosce la storia sa che ogni crisi ha precedenti, pattern ricorrenti, cause strutturali che si ripetono. Non si tratta di predire il futuro, ma di prepararsi meglio alle sfide, riconoscendo i segnali prima che diventino evidenti a tutti. La storia insegna che nulla accade per caso e che ogni evento è il risultato di una complessa catena di cause ed effetti che un occhio allenato può imparare a riconoscere.

La storia come palestra mentale

Competenza Cosa sviluppa Come si applica
Capacità di sintesi Collegare informazioni diverse in un quadro coerente Analizzare situazioni complesse del presente
Pensiero critico Valutare l’attendibilità delle fonti e la plausibilità delle interpretazioni Riconoscere fake news e manipolazioni
Empatia storica Comprendere mentalità e culture diverse dalla nostra Dialogare in una società multiculturale
Pazienza intellettuale Accettare che la verità sia spesso complessa e sfumata Resistere alle semplificazioni populiste

Studiare storia è come allenarsi in palestra per la mente. Ogni volta che analizziamo un evento storico, esercitiamo queste competenze fondamentali che ci serviranno per tutta la vita, ben oltre i banchi di scuola.

Conclusione: la storia come bussola

La domanda iniziale, “a cosa serve studiare la storia?”, nasconde in realtà una paura: quella di sprecare tempo su qualcosa di inutile. Ma la verità è l’opposto: in un mondo sempre più complesso e interconnesso, non possiamo permetterci di ignorare la storia.

La storia non ci insegna solo cosa è successo, ma come pensare a quello che succede. Non ci dà risposte preconfezionate, ma ci fornisce gli strumenti per trovare le nostre risposte. Non ci promette certezze, ma ci aiuta a navigare nell’incertezza con maggiore consapevolezza.

Ecco perché dobbiamo studiare la storia: non per il passato, ma per il futuro. Non per sapere, ma per capire. Non per memorizzare, ma per pensare. Perché, alla fine, chi conosce la storia non è mai veramente solo: ha alle spalle l’esperienza di tutta l’umanità.

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