Il 20 maggio 1515 la rottura di uno sbarramento naturale a Biasca provocò un’alluvione che distrusse il villaggio, inondò Bellinzona e riempì di detriti il Piano di Magadino. Questo contributo ripercorre la storia, le cause geologiche e le conseguenze della più grande catastrofe naturale del Canton Ticino.
Che cosa significa buzza
Il termine “buzza” (anche “buza” o “büza”) appartiene al dialetto ticinese e lombardo alpino. Indica lo sfondamento improvviso di uno sbarramento naturale, tipicamente una diga di detriti formata da una frana, con il conseguente rilascio violento dell’acqua accumulata a monte. Il risultato è una colata di acqua, fango, massi e sedimenti che si riversa a valle con forza distruttiva. La parola deriva dal verbo dialettale “buzà” o “büzà” (sfondare, rompere, far saltare), attestato nei dialetti lombardi alpini con il significato di rottura improvvisa sotto pressione. In italiano standard non esiste un equivalente preciso: i termini tecnici più vicini sono “rottura di sbarramento naturale” o, nella letteratura geologica internazionale, “dam break” o “outburst flood”. In tedesco il fenomeno è noto come “Dammbruch” o, nel contesto glaciale, “Gletscherseeausbruch”. La specificità del termine ticinese sta nel fatto che descrive in una sola parola l’intera sequenza dell’evento: lo sbarramento, la pressione dell’acqua, la rottura e la colata distruttiva. La Buzza di Biasca del 1515 è l’evento che ha reso questo termine noto ben oltre i confini del Canton Ticino, ma il fenomeno non è unico nella storia alpina. Sbarramenti naturali causati da frane si sono verificati in numerose valli delle Alpi, con conseguenze simili ogni volta che la diga di detriti non veniva rimossa o controllata prima del cedimento.
La frana del Monte Crenone (30 settembre 1513)
Un evento particolarmente eccezionale che perturba in maniera importante la morfologia della pianura del fiume Ticino da Biasca al Lago Maggiore è la cosiddetta Buzza di Biasca del 20 maggio 1515.
Questa buzza fu la conseguenza dell’enorme frana prodottasi il 30 settembre 1513 sul versante occidentale del Pizzo Magn (2’329 metri, chiamato anche Monte Crenone), a monte di Biasca. Circa 500 milioni di m3 del deposito di questa frana produssero un vasto sbarramento che fece da diga al corso del Brenno e che condusse alla formazione di un lago temporaneo di 5 km di lunghezza, 1.2 km di larghezza, con una profondità secondo le stagioni di 10-12 metri. Questo lago “artificiale” con un volume di 200 milioni di m3 sommerse il villaggio di Malvaglia fino all’altezza di metà campanile.
È Interessante notare come un simile evento di frana apparve 1’000 anni prima sul Lago Lemano. Il Tauredunum, detto anche Tauretunum o Monte Toro, è una montagna del Vallese, all’estremità del Lago Lemano. Nel 563, questa pendice fu teatro di un crollo – circa 250 milioni di m3 di detriti – che seppellì diversi villaggi prima di creare un devastante tsunami sul Lago Lemano. La sua precisa collocazione non è stata ancora definita e sono state avanzate diverse ipotesi, in particolare la Pointe de la Gagnerie e il Pic de la Suche, nel massiccio del Grammont. Secondo l’ipotesi più plausibile, lo tsunami venne causato dalla risonanza dell’onda d’urto della frana che scosse la massa di sedimenti depositati dal fiume Rodano alla sua foce nel lago nella zona di Bouverette, causando poi lo spostamento di un enorme volume d’acqua che inondò anche Ginevra.
Confine di Sangue - I fatti dei Bagni di Craveggia 18-19 ottobre 1944
Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Curatore e Autore). Vasco Gamboni, Alexander Grass, Nicola Guerini e Fiorenzo Rossinelli (Autori). CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2025.
ISBN: 978-88-3196-902-4 – Editore: Insubrica Historica Minusio
La rottura dello sbarramento e l’alluvione del 20 maggio 1515
La diga naturale di Biasca, composta da sedimenti e detriti, cedette improvvisamente – secondo la maggior parte delle fonti il 20 maggio 1515 – creando un fenomeno conosciuto con il nome di Buzza di Biasca. L’enorme massa di detriti distrusse completamente il villaggio di Biasca, inondò la città di Bellinzona e devastò la Piana del Ticino fino al Lago Maggiore.

Quanto fu drammatica questa buzza, lo riportava già Ballarini nel suo lavoro “Compendio delle croniche della città di Como” pubblicato nel 1619.

Le vittime e la distruzione del Ponte della Torretta
Ballarini parla di almeno 170 persone decedute nel corso di questa buzza. Probabilmente furono anche di più. I danni furono ingenti, tanto che il ponte della Torretta a Bellinzona, costruito dai duchi Sforza di Milano solo nel 1487 venne completamente distrutto. Ciò rese difficile per diversi secoli il collegamento con il Locarnese, contribuendo all’isolamento economico di questa parte del Canton Ticino. Ma molto probabilmente il Locarnese soffrì molto di più per l’allontanamento delle famiglie protestanti, partite alla volta di Zurigo e Ginevra.
Le otto frane più gravi della Svizzera
Le frane rappresentano un pericolo endemico per il territorio svizzero, dove la peculiare topografia montuosa, caratterizzata da versanti ripidi e valli strette, amplifica drammaticamente il potenziale distruttivo di questi fenomeni. L'instabilità geologica,…
Le conseguenze a lungo termine: il Piano di Magadino sepolto dai detriti
La Buzza del 1515 non fu solo un evento catastrofico immediato. Come ha documentato il geologo Cristian Scapozza, la colata trasformò radicalmente la morfologia dell’intera valle del Ticino da Biasca al Lago Maggiore. L’enorme massa di sabbia, ghiaia e detriti trasportata dall’acqua ricoprì il fondovalle della Riviera e il Piano di Magadino, la principale zona pianeggiante del Canton Ticino, sotto uno strato di sedimenti che ne alterò la struttura idrologica per secoli. A valle di Biasca si formarono acquitrini e zone completamente coperte di ghiaia. Il corso del fiume Ticino, che prima della Buzza aveva una morfologia a meandri relativamente stabile, si trasformò in un sistema a canali intrecciati, instabile e soggetto a frequenti esondazioni, che vagava da una sponda all’altra della pianura senza un alveo definito.
Il Piano di Magadino rimase per la maggior parte inutilizzabile per l’agricoltura per quasi 400 anni. Scapozza ha ricostruito questa trasformazione confrontando la situazione del fondovalle nel Basso Medioevo (attorno al 1300–1400) con quella successiva alla Buzza (attorno al 1600): le cartografie mostrano una pianura passata da terreno coltivabile a distesa di ghiaie e paludi. Una carta topografica del fondovalle tra Biasca e Lodrino del 1785, conservata nell’Archivio storico comunale di Biasca, documenta ancora a quasi tre secoli di distanza un fiume a canali intrecciati che occupa gran parte della pianura.
Anche i collegamenti attraverso la pianura ne soffrirono. Il Ponte della Torretta, distrutto dalla Buzza nel 1515, non fu ricostruito fino al 1820. Per tre secoli i villaggi sulle due sponde del Ticino furono collegati solo per via d’acqua, a mezzo di imbarcazioni o traghetti. Gli insediamenti si concentrarono ai margini della pianura, sui coni di deiezione dei torrenti laterali, che offrivano riparo dalle esondazioni. Il Piano di Magadino, che per vocazione geografica avrebbe dovuto essere il cuore economico della regione, rimase una palude insalubre e spopolata. Il consigliere federale Stefano Franscini, in un’inchiesta del 1841, descriveva la piana come una zona in cui la rada popolazione campava in condizioni sanitarie miserabili.
La bonifica del Piano di Magadino cominciò solo nel tardo Ottocento. Nel 1888 iniziarono i lavori di correzione e arginatura del fiume Ticino, promossi dal Consorzio Correzione Fiume Ticino. L’incanalamento del fiume in un alveo unico di circa 60 metri di larghezza, con argini insommergibili su entrambi i lati, trasformò progressivamente la palude in terreno coltivabile. I lavori di bonifica veri e propri proseguirono durante la prima guerra mondiale e nei decenni successivi, rendendo la piana produttiva per l’agricoltura moderna solo nel corso del Novecento, oltre quattro secoli dopo la catastrofe. Ancora oggi il Piano di Magadino porta le tracce della Buzza: alla confluenza del Ticino con il Lago Maggiore, le Bolle di Magadino (zona umida protetta, riserva naturale con oltre 300 specie di uccelli) sono il residuo del sistema paludoso generato dai detriti del 1515.
Non tutte le conseguenze furono negative. I detriti della frana originale, ancora oggi visibili nell’area di Biasca, trovarono un uso moderno nel XX secolo. Negli anni Sessanta il materiale del deposito franoso venne impiegato come sottostruttura per la costruzione dell’autostrada nazionale A2 nel tratto leventinese. Sul sedime della frana a Biasca si tennero anche campionati mondiali di motocross, sfruttando il terreno accidentato e ghiaioso che la colata del 1515 aveva lasciato. Cinque secoli dopo la catastrofe, i detriti del Monte Crenone servivano a costruire la principale arteria stradale del Cantone, la stessa via di transito Nord–Sud che la Buzza aveva devastato.
La Buzza e Marignano: il contesto storico del 1515
La Buzza di Biasca del 20 maggio 1515 non avvenne in un vuoto storico. La catastrofe si inserì in uno dei periodi più turbolenti della storia confederata, nel pieno delle guerre d’Italia che vedevano gli Svizzeri contendersi con la Francia il controllo del Ducato di Milano. Da comprendere è che la Leventina, la Valle di Blenio e la Riviera (dove sorge Biasca) non erano territorio periferico: erano le vie di transito attraverso le quali le truppe confederate scendevano verso la pianura lombarda. Il controllo dei passi alpini tra lo Stilfserjoch e il Gran San Bernardo era nelle mani degli Svizzeri, e il corridoio Biasca–Bellinzona–Chiasso costituiva l’arteria principale per il movimento delle truppe dirette a Milano.
Solo due anni prima della Buzza, nel giugno 1513, i Confederati avevano riportato una vittoria schiacciante contro i francesi nella battaglia di Novara, consolidando il loro protettorato su Milano. Il duca Massimiliano Sforza, rimesso sul trono dagli Svizzeri nel 1512, pagava il proprio protettore con privilegi commerciali e versamenti annui di 40’000 ducati. Milano era di fatto un vassallo della Confederazione. Questa posizione di forza si fondava sulla capacità degli Svizzeri di proiettare rapidamente truppe attraverso le Alpi, e la valle del Ticino era il corridoio operativo centrale di questa proiezione.

Il 20 maggio 1515 la Buzza devastò esattamente questo corridoio. L’inondazione distrusse il villaggio di Biasca, sommerse il Piano di Magadino sotto metri di sabbia e detriti, e soprattutto spazzò via il Ponte della Torretta a Bellinzona, l’unico collegamento sulla sponda orientale del Ticino costruito dagli Sforza nel 1487. La distruzione del ponte non fu un dettaglio: tagliò il collegamento diretto tra la Leventina e il Locarnese, complicando la logistica militare proprio nel momento in cui la Confederazione avrebbe avuto bisogno di ogni vantaggio.
Quattro mesi dopo la Buzza, il 13 e 14 settembre 1515, circa 22’000 Confederati si scontrarono con l’esercito francese di Francesco I a Marignano (l’odierna Melegnano), a sud di Milano. La battaglia, durata due giorni, si concluse con la sconfitta degli Svizzeri, che persero tra i 9’000 e i 10’000 uomini. Non è possibile stabilire un nesso causale diretto tra la Buzza e l’esito di Marignano: la battaglia fu decisa dall’intervento della cavalleria veneziana di Bartolomeo d’Alviano e dalla divisione interna tra i cantoni confederati, di cui circa 10’000 uomini di Berna, Soletta, Friburgo e del Vallese si erano già ritirati dopo aver accettato le proposte francesi nel trattato di Gallarate dell’8 settembre. Ma la Buzza deteriorò le condizioni logistiche sulla principale via di rifornimento delle truppe confederate in un momento in cui la capacità di proiettare rapidamente rinforzi attraverso le Alpi avrebbe potuto fare la differenza.

Marignano mise fine alle ambizioni espansionistiche della Confederazione. La “Pace perpetua” con la Francia del 29 novembre 1516 sancì la rinuncia svizzera al Ducato di Milano (che tornò alla Francia) e la conferma del possesso svizzero sui baliaggi di Leventina, Blenio, Riviera e Bellinzona, cioè esattamente il territorio attraversato e devastato dalla Buzza. Per ironia della storia, il corridoio che gli Svizzeri avevano conquistato per scendere verso Milano divenne, dopo Marignano, il confine meridionale della Confederazione. E quel corridoio era stato fisicamente devastato dalla Buzza solo pochi mesi prima.
Le conseguenze della catastrofe naturale si sommarono a quelle della sconfitta militare. Il Piano di Magadino, sepolto dai detriti, rimase inutilizzabile per l’agricoltura per secoli. Il Ponte della Torretta non fu ricostruito fino al 1820, isolando il Locarnese dal resto del Cantone per tre secoli. La combinazione tra la devastazione naturale del 1515 e il ridimensionamento politico dopo Marignano segnò profondamente il destino di questa regione, relegandola a una periferia economica e politica dalla quale il Locarnese emerse con difficoltà solo nel corso del XIX secolo.
Leonardo da Vinci e la Buzza di Biasca
Leonardo da Vinci (Anchiano presso Vinci, 1452 – Cloux-Lucé, 1519) operò con interruzioni a Milano dal 1482 al 1515, al servizio dei duchi Sforza prima e dei governatori francesi poi. In quegli anni Milano era il centro politico di un territorio che comprendeva i baliaggi svizzeri a sud delle Alpi, e Leonardo conosceva questa geografia. I suoi appunti nel Codex Atlanticus, conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, contengono riferimenti a località del Voralpenraum, tra cui Bellinzona, e una nota databile attorno al 1507 menziona un certo Bernardo da Ponte Capriasca, il villaggio ticinese che ospita la copia più fedele dell’Ultima Cena leonardesca.
Leonardo si trovava dunque a Milano, o nelle sue immediate vicinanze, sia al momento della grande frana del Monte Crenone del 30 settembre 1513 sia al momento della Buzza del 20 maggio 1515. La notizia della catastrofe si diffuse in tutta Europa: la rottura dello sbarramento naturale a Biasca, con la conseguente inondazione del Piano di Magadino fino al Lago Maggiore, fu un evento di portata tale da impressionare cronisti e artisti ben oltre i confini della Confederazione. Il Ballarini, nel suo “Compendio delle croniche della città di Como” del 1619, ancora la descriveva come un evento memorabile a distanza di un secolo.

Un disegno di Leonardo databile al 1515, conservato nella Royal Library del Castello di Windsor (inventario RCIN 912401), appartiene alla celebre serie dei “Diluvi” (Deluge drawings) e raffigura una tempesta violenta che si abbatte su un paesaggio collinare. La composizione mostra masse d’acqua che precipitano da un’altura travolgendo il territorio sottostante, con una forza distruttiva che ricorda la dinamica della Buzza: la rottura di uno sbarramento in quota e la colata devastante verso la pianura. Gli storici dell’arte hanno messo in relazione questo disegno con l’inondazione del Ticino a Bellinzona del 20 maggio 1515. Non è possibile stabilire con certezza che Leonardo abbia assistito direttamente alla catastrofe o ne abbia visto le conseguenze, ma la coincidenza cronologica è precisa: il disegno è dello stesso anno della Buzza, Leonardo si trovava nell’area milanese, e il tema della serie (la forza distruttiva dell’acqua) corrisponde esattamente al fenomeno che aveva devastato il corridoio alpino a nord di Milano.
La serie dei Diluvi non è un reportage giornalistico. Leonardo vi indagava le dinamiche del moto dell’acqua, dei vortici e della forza erosiva con un approccio che mescolava osservazione scientifica e visione apocalittica. Ma la Buzza di Biasca gli offrì, con ogni probabilità, un caso concreto e contemporaneo di quella potenza distruttiva che studiava da anni nei suoi quaderni. Il legame tra Leonardo e il territorio insubrico non si limitava del resto alla Buzza: forti indizi suggeriscono che Leonardo progettò il Rivellino del Castello di Locarno, costruito nel 1507 per ordine di Charles II d’Amboise, luogotenente del re di Francia a Milano. E l’influenza della sua arte nel Ticino sopravvive ancora oggi nelle derivazioni dell’Ultima Cena a Ponte Capriasca, Lugano e Novazzano.
Scheda tecnica del Comune di Biasca
Denominazione: Biasca (prima menzione documentata nel 830 come “Aviasca” nel Liber viventium dell’Abbazia di Pfäfers; nel 1119 attestato come “Abiasca”). Cantone: Ticino. Distretto: Riviera. Regione: Tre Valli. Altitudine: 303 m s.l.m. Superficie: 59,09 km². Popolazione: 6’337 abitanti (fine 2025), in crescita costante dal 2000 (5’959 abitanti). Densità: circa 104 abitanti/km². CAP: 6710. Numero UST: 5281. Località: Biborgo, Cava, Fontana, Loderio, Mazzorino, Pontirone, Pontironetto (S. Anna), Sciresa, Sulgone. Posizione geografica: alla confluenza delle valli di Blenio, Leventina e Riviera, sull’asse di transito del San Gottardo e del Lucomagno. Comuni confinanti: Pollegio, Iragna, Lodrino, Malvaglia, Osogna, Personico, Semione, Cauco (GR), Rossa (GR). Sindaco: Loris Galbusera (PLR), in carica dal 2016, in Municipio dal 2008. Riconfermato nel 2024 con 1’389 preferenze, il risultato più alto tra i candidati al Municipio. Municipio: 7 membri (PLR 3, Il Centro 2, Lega 1, Insieme a Sinistra 1). Consiglio comunale: 35 membri. Chiesa principale: Collegiata dei Santi Pietro e Paolo, edificio romanico-gotico con cicli affrescati di rilievo. Infrastrutture in corso: nuovo nodo intermodale FFS (lavori 2024–2026), comparto Bosciorina (nuove scuole comunali e casa per anziani, investimento superiore a 50 milioni di franchi), restauro di Casa Cavalier Pellanda (inaugurata maggio 2025 come polo culturale). Collegamento ferroviario: stazione sulla linea del San Gottardo (AlpTransit/NEAT), nodo di diramazione verso la Valle di Blenio. Sito web: biasca.ch
Fonti:
Cristian Scapozza, Christian Tognacca, , Christian Ambrosi e Silvio Seno, “20 maggio 1515: la “Buzza” che impressionò l’Europa” (Link)
Marino Viganò, “Storie e cronache della Buzza di Biasca (30 settembre 1513 – 25 maggio 1515)”. Archivio Storico Ticinese (2013), 154: 122-135
Marino Viganò, “Bellinzona campo trincerato: Progettazione e costruzione di una piazzaforte della Svizzera federale 1844-1854”, SEB Editrice, Chiasso 2020


