Nel corso del 2025-2026, mentre persistono le battaglie legali sull’eredità di Marella Agnelli, vedova di Gianni Agnelli, l’attenzione si è rivolta ancora una volta sulla famiglia Caracciolo e alla loro intricata rete di connessioni svizzere. Al centro di questa saga aristocratica si trova Carlo Caracciolo (1925-2008), fratello maggiore di Marella (1927-2019), il cui percorso di vita dal partigiano ossolano al magnate dei media rivela un affascinante modello di influenza svizzera che ha plasmato il giornalismo italiano moderno e, in parte, le fortune che ora sono oggetto di contesa.
La storia di Carlo Caracciolo è inseparabile da quella di sua sorella Marella, che nel 1953 sposò Gianni Agnelli (1921-2003), ex-ufficiale fascista, capo della Fiat e fra gli industriali più potenti d’Italia. Mentre Marella divenne l’elegante doyenne e socialite dell’alta società internazionale, Carlo tracciò il proprio percorso attraverso il difficile mondo della guerra partigiana e successivamente nell’altrettanto insidioso panorama dei media e della politica italiana.

I Primi Anni e gli Anni di Guerra (1925-1945)
Carlo Caracciolo di Castagneto nasce il 23 ottobre 1925 a Firenze, da un lignaggio che poteva far risalire le sue radici al decimo secolo come antica famiglia reale di Napoli. Suo padre, il principe Filippo Caracciolo, aveva sposato Margaret Clarke, un’ereditiera americana del whisky il cui padre era stato sindaco di Peoria, Illinois, e proprietario della Clarke Brothers Distilling. Questa unione transatlantica produsse tre figli (Carlo, Nicola e Marcella chiamata più comunemente Marella) che sarebbero cresciuti parlando italiano, francese e inglese con uguale fluidità, spostandosi tra Roma e Turchia mentre il padre perseguiva la sua carriera diplomatica.

La casa dei Caracciolo incarnava una miscela unica di nobiltà del vecchio mondo e pragmatismo del nuovo mondo. Margaret Clarke, descritta da suo figlio Nicola come “una non conformista a cui piaceva leggere sul buddismo”, portò una sensibilità americana che più volte si scontrava con la mondanità più tradizionale del marito. Quando il crollo del 1929 decimò gran parte della sua fortuna, il principe Filippo si adattò entrando nel servizio diplomatico, una mossa che si sarebbe rivelata essenziale per il futuro del giovane Carlo.
Mentre la Seconda Guerra Mondiale inghiottiva l’Europa, la famiglia Caracciolo si trovava a Lugano, dove il principe Filippo serviva dal 1943 come console italiano. Lo era stato precedentemente già a Basilea. Per il diciottenne Carlo, la sicurezza della Svizzera neutrale divenne un corsetto troppo stretto, che gli impediva di poter fare qualche cosa per la sua patria dilaniata dalla guerra. In una decisione che avrebbe definito il suo carattere, Carlo abbandonò gli studi al liceo e riattraversò il confine per unirsi alla Resistenza antifascista nelle montagne del Verbano, al confine con il Locarnese.

Operando con la Brigata Cesare Battisti – comandata da Armando Calzavara – in Val Cannobina, una valle laterale della regione dell’Ossola vicino al Lago Maggiore, Carlo si trovò al centro di una delle operazioni più cruciali della Resistenza. Dall’altra parte della frontiera in territorio elvetico, nelle altura di Ascona Monte Verità vi era invece Casa Pontremoli. Una casa data in affitto dal Barone albergatore tedesco e filonazista Eduard von der Heydt. La persona di riferimento presso Casa Pontremoli era l’uomo d’affari, ex-ufficiale del Regio Esercito ed ebreo Mario Pontremoli. Casa Pontremoli, oggi conosciuta come Casa Anatta serviva come collegamento vitale tra la Svizzera e le forze partigiane in Ossola, facilitando il pericoloso lavoro di traffico d’armi attraverso il confine.

Questa casa – oggi divintata un museo gestito dalla Fondazione Monte Verità e inserita nel Percorso della Speranza – divenne il centro nevralgico di una rete di contrabbando che incanalava armi dalla neutrale Svizzera ai combattenti in Ossola. Identificata dai partigiani come “Posto Comando 24”, casa Anatta faceva parte di una fitta rete di baite e cascine fra il Locarnese e l’Ossola che assicurava il vettovagliamento delle forze partigiane. Da Casa Pontremoli passava il fior-fiore della Resistenza Italiana. Ferruccio Parri (vedi il nostro precendente contributo), Sandro Pertini oppure ancora il giornalista sportivo Gianni Brera.

Il lavoro era straordinariamente pericoloso, e il background aristocratico di Carlo non offriva alcuna protezione dalla brutalità fascista. Catturato dalle Brigate Nere nell’estate del 1944, le famigerati milizie fasciste paramilitari (vedi il nostro approfondimento sul comandante Giuseppe Dongo), sopportò un interrogatorio straziante che avrebbe poi raccontato al giornalista Nello Aiello con caratteristica modestia. Dopo essere stato picchiato, un ufficiale fascista estrasse la rivoltella e gli sparò. Con notevole presenza di spirito, Carlo finse di essere morto, giacendo immobile con gli occhi chiusi mentre il suo aspirante carnefice gli sferrava un ultimo calcio prima di andarsene. Questa esperienza di quasi morte, dalla quale sopravvisse grazie alla prontezza di riflessi piuttosto che allo scambio di prigionieri menzionato in alcuni resoconti, avrebbe lasciato un segno indelebile sul giovane nobile.
Educazione e Costruzione della Carriera nel Dopoguerra (1945-1955)
Carlo Caracciolo una volta liberato entrò una seconda volta illegalmente in Svizzera. Il passaggio si fece durante le vicisittudini della Zona Libera Ossola. L’effimera “Repubblica Partigiana Ossola” che per quarantaquattro giorni, dal 10 settembre al 14 ottobre 1944, riuscì ad esistere in un’Italia ancora soggiogata dal fascismo e occupata dalle forze naziste. Carlo entrò con la madre il 19 settembre 1944 nei pressi del confine di Camedasca-Camedo. Un passaggio arduo, tanto che la madre dovette essere trasportata in spalla da Virgilio Guidetti. Guidetti era non solo il capo-stazione della Centovallina di Camedo, ma anche la persona di contatto del capitano Guido Bustelli, responsabile a sua volta del servizio d’informazioni militare elvetico per il Canton Ticino. Dopo esser giunto in Ticino, Carlo riprese il suo ruolo d’intermediario, forte delle sue competenze linguistiche presso Carlo Pontremoli.

La fine della guerra trovò Carlo Caracciolo trasformato dalle sue esperienze ma non scoraggiato nelle sue ambizioni. Tornato agli studi, completò la laurea in giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma nel 1947 prima di puntare lo sguardo sull’America. La sua accettazione alla Harvard Law School nel 1948 rappresentava più di un semplice successo accademico; fu facilitata da connessioni forgiate nel crogiolo della Svizzera in tempo di guerra.
La figura chiave in questa transizione fu Allen Dulles (vedi il nostro contributo), che aveva servito come capo dell’intelligence americana in Svizzera durante la guerra e sarebbe presto diventato direttore della CIA sotto il presidente Eisenhower. Dulles aveva supervisionato le operazioni dell’OSS dalla sua base a Berna, coordinandosi in particolar modo dal Ticino con i movimenti di resistenza in tutta l’Europa occupata. Dulles aveva anche avuto un ruolo primordiale nel spingere le formazioni partigiane ossolane durante l’estate 1944 a creare quella che fu appunto l’esperienza, purtroppo effimera, della Zona Libera Ossola. Il giovane aristocratico italiano che aveva rischiato la vita contrabbandando armi e persone attraverso il confine locarnese aveva chiaramente fatto impressione sullo spymaster americano.
Insubrica Historica: Episoden aus dem Zweiten Weltkrieg
Edizione in tedesco. Di Raphael Rues (Autore), Ekaterina Rues (Curatrice).
Attraverso la raccomandazione di Dulles, Carlo si assicurò una posizione presso Sullivan & Cromwell, il prestigioso studio legale di New York dove lo stesso Dulles era stato partner. Questo periodo in America espose Carlo a un modello diverso di potere e influenza, basato sul merito e sull’imprenditorialità piuttosto che sui titoli ereditati. Eppure non abbandonò mai le connessioni e le lezioni apprese in Svizzera, mantenendo quelle che alcuni sospettavano fossero relazioni di intelligence in corso che lo avrebbero servito per tutta la sua carriera.

Avvocato, manager, diplomatico, alto funzionario di Stato, primo direttore della CIA.
Dopo la laurea a Princeton nel 1916 entra nel servizio diplomatico e viene destinato a Vienna e a Berna, collaborando con la commissione degli Stati Uniti alla Conferenza della pace di Parigi. Partecipa alle trattative di Versailles, cercando di alleviare le troppe pesanti sanzioni contro la Germania. Inviato in seguito a Berlino e a Istanbul, rientra a Washington nel 1922 quale capo della divisione del Vicino Oriente del Dipartimento di Stato. Addottorato in legge nel 1926, è consigliere di legazione a Pechino, quindi si dimette dal servizio e passa alla United Fruit Company, della quale il fratello John Foster Dulles è il maggior azionista. Ha ancora tempo nel 1933 d’incontrare personalmente Adolf Hitler a Berlino. Reclutato dal colonnello William Joseph Donovan nell’OSS dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, nel 1942 è destinato a Berna, dove fino a 1945 dirige le attività del OSS in Svizzera: in particolare l’aiuto economico-militare ai partigiani dell’Ossola e pure l’Operation Sunrise. Nel dopoguerra è consigliere del governo e presiede una commissione a tre sui servizi d’informazione. Vicedirettore della Central Intelligence Agency (CIA) nel 1948, ne diviene primo direttore civile nel 1953. Responsabile delle operazioni segrete più famose dell’epoca, si dimette dopo il disastroso tentativo di sbarco alla Baia dei Porci di Cuba nel 1961. Sarà uno dei sette membri della commissione del Senatore Warren, che dal 1963 investiga sull’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy.
Nel 1951, Carlo era tornato a Milano, pronto ad applicare la sua combinazione unica di connessioni aristocratiche, esperienza internazionale e spirito imprenditoriale al mondo degli affari. La sua iniziale avventura nell’editoria commerciale per l’industria dell’imballaggio poteva sembrare modesta, ma fu scelta con cura. Milano era la capitale commerciale d’Italia, e l’imballaggio rappresentava l’intersezione tra la crescente economia dei consumi italiana e la sua base manifatturiera tradizionale. Ancora più importante, fornì a Carlo una piattaforma per comprendere i meccanismi dell’editoria mentre costruiva le risorse finanziarie per progetti più ambiziosi.
La Rivoluzione Editoriale (1955-1970)
Il 1955 segnò l’inizio della trasformazione dei media italiani da parte di Carlo Caracciolo. Con il sostegno di Adriano Olivetti, il visionario produttore di macchine da scrivere, Carlo lanciò L’Espresso con una dichiarazione editoriale che avrebbe definito la sua carriera: “I promotori di questo giornale sostengono che l’assoluta indipendenza della stampa sia il fondamento più solido della democrazia.”
Fin dalla sua nascita, L’Espresso si posizionò come aggressivamente laico e altamente critico nei confronti del dominante Partito della Democrazia Cristiana, mantenendo al contempo un’attenta distanza dai Comunisti che rappresentavano la più grande forza di opposizione. Questo delicato posizionamento richiedeva non solo abilità editoriale ma anche il tipo di manovra dietro le quinte che Carlo aveva perfezionato durante i suoi giorni nella Resistenza.
La sfida arrivò rapidamente. Entro un anno, il governo italiano fece capire chiaramente a Olivetti che il continuo sostegno a L’Espresso gli sarebbe costato i contratti governativi per la sua attività di macchine da scrivere. Di fronte a questa pressione, Olivetti fece un gesto notevole, vendendo la sua quota di maggioranza a Carlo per una somma simbolica. Questo momento rivelò sia la fragilità della libertà di stampa nell’Italia del dopoguerra sia la capacità di Carlo di navigare in acque politiche pericolose.

La nomina di Eugenio Scalfari come caporedattore nel 1963 si rivelò trasformativa. Dove Carlo incarnava la riservatezza aristocratica e l’influenza dietro le quinte, Scalfari portava dinamismo della classe media e intensità emotiva. Insieme, crearono una pubblicazione che sfidava l’establishment conservatore italiano mantenendo la sofisticatezza attesa dal suo colto pubblico di lettori. Sotto la loro guida, L’Espresso guidò le campagne per i diritti al divorzio – vedi per esempio il nostro contributo su Marco Pannella – e all’aborto ed espose lo scandalo di corruzione Lockheed che avrebbe fatto cadere il Presidente Giovanni Leone nel 1978.
Nel frattempo, la sorella di Carlo, Marella, aveva sposato Gianni Agnelli nel 1953, creando un’alleanza familiare tra vecchia nobiltà e nuovo potere industriale. Il rapporto tra Carlo e Gianni era complesso ma generalmente cordiale, con Marella che fungeva da anello vitale, parlando con suo fratello tre o quattro volte al giorno. La loro partnership nel 1972 per formare Editoriale Finanziaria sembrava annunciare una nuova era di cooperazione Agnelli-Caracciolo, ma le pressioni politiche avrebbero presto messo alla prova i legami familiari.
Le Connessioni Svizzere Durante Questo Periodo
Durante questi decenni di costruzione e trasformazione, la Svizzera rimase una presenza costante nella vita di Carlo Caracciolo, anche se spesso in modi invisibili al pubblico. Il paese che aveva riparato la sua famiglia durante la guerra – la sorella Marella aveva fatto il Liceo in Svizzera durante il conflitto – e servito come base per le operazioni della Resistenza continuò a svolgere molteplici ruoli nel suo impero mediatico in espansione.
Gli accordi finanziari fluivano probabilmente attraverso le banche svizzere, la cui leggendaria discrezione – tanto criticata dal deputato socialista Jean Ziegler – si adattava sia alla riservatezza aristocratica di Carlo che alle complesse strutture proprietarie richieste per mantenere l’indipendenza editoriale mentre attirava gli investimenti necessari. Le relazioni forgiate durante gli anni di guerra, in particolare con figure nella comunità dell’intelligence, fornirono presentazioni a banchieri e uomini d’affari svizzeri che comprendevano il delicato equilibrio tra profitto e principio.
La Svizzera serviva anche come terreno neutrale per negoziati sensibili e pianificazione strategica. Quando le pressioni politiche in Italia diventavano troppo intense, i resort e i centri d’affari svizzeri offrivano spazi dove Carlo poteva incontrare partner, concorrenti e persino avversari lontano dallo scrutinio delle autorità italiane e dei media rivali. Gli stessi passi di montagna che un tempo avevano nascosto spedizioni di armi ora facilitavano il movimento discreto di informazioni e probabilmente anche d’influenza.
Forse più importante, le connessioni svizzere di Carlo gli fornirono un modello di indipendenza della stampa che cercò di importare in Italia. I giornali svizzeri, protetti dalla neutralità del paese e dalla struttura federale, godevano di libertà che le pubblicazioni italiane potevano solo sognare. La visione di Carlo per L’Espresso e successivamente La Repubblica trasse ispirazione da questo modello svizzero adattandolo alle realtà italiane.
I legami con Allen Dulles e l’intelligence americana, mantenuti attraverso canali svizzeri, offrivano un altro livello di protezione e informazione. Nel contesto della Guerra Fredda, una voce indipendente che criticava sia i Democristiani che i Comunisti serviva gli interessi americani, e Carlo sfruttò abilmente questo allineamento senza compromettere la sua indipendenza editoriale.
Mentre gli anni ’60 volgevano al termine, Carlo Caracciolo si era affermato come una delle figure mediatiche più influenti d’Italia, il suo successo costruito su una fondazione posta nella Svizzera del tempo di guerra ma probabilmente anche da contatti con altri esponenti della Resistenza ossolana (per esempio questo studio). Il contrabbandiere d’armi era diventato un mediatore di informazioni, il combattente della resistenza si era evoluto in un difensore della libertà di stampa, e il giovane aristocratico che aveva rischiato tutto per i suoi principi aveva creato istituzioni che gli sarebbero sopravvissute.
Le connessioni svizzere che si erano approfondite attraverso il sacrificio in tempo di guerra erano diventate parte integrante della sua visione di un media italiano indipendente. Mentre sua sorella Marella regnava sulla società internazionale e suo cognato Gianni Agnelli dominava l’industria italiana, Carlo si ritagliò il proprio regno nel regno delle idee e dell’informazione, per sempre segnato da quegli anni formativi quando il confine tra Svizzera e Italia significava la differenza tra libertà e fascismo, tra vita e morte.