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Il Grand Hôtel Locarno: splendore, declino e rinascita di un palazzo della Belle Époque

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Chi arriva alla stazione di Locarno intravede con difficoltà il Grand Hôtel. La struttura si erge sulla collina di fronte, leggermente a sinistra e rialzato, dietro il McDonald’s. Il “Grande Albergo” rimane maestoso con la sua facciata neorinascimentale che guarda il Lago Maggiore. Per quasi centotrenta anni fu il cuore pulsante del turismo ticinese. Poi, nel 2005, le porte si chiusero. Oggi, dopo vent’anni di abbandono, il cantiere è finalmente aperto. La riapertura dell’albergo è prevista per il 2027.

Il Grand Hotel come si presentava all’inizio del 1900.

La storia inizia nel 1874, quando la ferrovia Bellinzona-Locarno venne inaugurata il 20 dicembre. Il Ticino si apriva al mondo. La Società del Grande Albergo in Locarno, costituita per l’occasione, capì che serviva una struttura all’altezza delle aspettative dei viaggiatori europei. Il tratto ferroviario per Locarno rappresentava una delle primissime tratte ferroviarie della regione, nata ancora prima del completamento del tunnel del San Gottardo (1882). La ferrovia venne poi elettrificata solo nel 1936.

Nel consiglio d’amministrazione dell’albergo sedevano figure di peso di quel tempo: Pietro Romerio come presidente – uomo politico e militare che condizionò parecchio le scelte del Gran Consiglio ticinese in materia ferroviaria, soprattutto durante la crisi finanziaria della coppia Strousberg e Sillar – e Giacomo Balli come vicepresidente, di famiglia facoltosa con importanti interessi commerciali in patria e all’estero. Il Balli fu anche padre adottivo di Emilio Motta il quale diventerà il massimo promotore della storiografia ticinese. Completavano il consiglio Guglielmo Franzoni (segretario), Guglielmo Pedrazzini (cassiere), Carlo Bacilieri, Luigi Rusca (già sindaco a Locarno), Davide Petrolini, Tommaso Poncini, Antonio Ciseri e Bartolomeo Fanciola.

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Il progetto fu affidato all’architetto Francesco Galli (uno degli architetti della villa Baronata di Minusio), che disegnò un edificio sobrio all’esterno ma sontuoso negli interni. L’appalto per la costruzione lo vinse l’imprenditore costruttore italiano Giovanni Antonelli di Veccana (Luino).  I lavori durarono due anni, dai documenti di archivio non appare che vi fossero problemi né superamenti dei costi preventivati. Il 1 maggio 1876 il Grand Hôtel – allora ancora sul territorio del comune di Orselina – aprì le porte: era il primo albergo di lusso del Cantone. Un cronista lasciò la seguente descrizione entusiasta:

«Le sue proporzioni sono colossali, e la sua situazione bellissima, di fronte al lago e alle montagne che lo circondano. Guardandolo dal vasto giardino che gli sta davanti, l’Albergo Locarno ha un aspetto maestoso ed elegante: le sue grotte, dalle colonne di granito, i suoi terrazzi e la sua architettura magistrale, vi attirano all’interno, dove trovate grandi scaglioni, superbi colonnati, corridoi spaziosi, una sala da pranzo che sembra un teatro, dei saloni di conversazione, di lettura, di musica, fumatoio, bigliardi ecc. ecc. Gli appartamenti sono mobigliati con gusto e col lusso che piace oggidì».

Ulteriore particolare dell’ubicazione del Grand Hotel, allora sul territorio del comune di Orselina. Fotografia presa all’inizio del 1900. Dietro alla coppia di persone sorge oggi l’autosilo di Locarno.

Il direttore Wagner, lodato dal cronista per aver saputo mirabilmente organizzare lo stabilimento, accolse nei primi mesi ospiti illustri. Nel settembre 1876 arrivò Agostino Depretis, il grande statista italiano – allora ministro dell’interno – che si stava recando sul Gottardo per verificare l’avanzamento dei lavori: era l’anno in cui scoppiò la famosa crisi della Società del Gottardo, causata dall’enorme sorpasso di spesa da parte del capo progetto Louis Favre. I giornali dell’epoca riportarono che Depretis e il suo seguito, saliti in carrozza, «si recarono al Grande Albergo Locarno di cui l’architettura, la grandiosità e l’interno arredo sono stati soggetti della loro ammirazione».

Sopra la base e il piano terreno si alzavano tre piani, con una facciata strutturata da due ali laterali sporgenti e un avancorpo centrale con loggia semicircolare. Lo stile era quello della Neorinascenza, con timpano triangolare e decorazioni misurate. Ma il vero spettacolo era dentro: stucchi, affreschi allegorici sul soffitto a cupola del salone principale, e soprattutto il lampadario di vetro di Murano che pende nell’atrio su più piani – ottocento chili di cristallo che gli valsero un posto nel Guinness dei primati.

Il Grand Hotel come si presentava dal lago.

Nel 1876 morì Giacomo Balli; seguì un periodo difficile, al termine del quale venne costituita una nuova Società del Grande Albergo che restò di proprietà delle due famiglie Balli – quella di Orselina-Muralto e quella di Locarno – fino agli anni Venti.

Il Grand Hôtel segnò l’inizio di un’epoca. Sulla sua scia sorsero lo Splendide a Lugano-Paradiso, il Du Parc e il Reber a Muralto, il Grand Hôtel a Brissago, l’Esplanade a Minusio. Con l’apertura della Gotthardbahn nel 1882, il flusso di ospiti crebbe ulteriormente. Fino allo scoppio della Grande Guerra, la Belle Époque portò sul Verbano soprattutto turisti invernali, in cerca di un clima mite lontano dai rigori del Nord Europa.

Nell’ottobre 1925 il Grand Hôtel entrò nella storia mondiale. Dal 5 al 16 ottobre si tenne a Locarno una conferenza sulla sicurezza europea. I negoziati ufficiali avvenivano al Palazzo del Pretorio, ma la maggior parte delle delegazioni alloggiava al Grand Hôtel. Salvo i tedeschi e i cecoslovacchi, tutte le altre delegazioni – belghe, francesi, britanniche, italiane, polacche – furono ospitate nelle sue stanze. I corridoi del palazzo videro passare Aristide Briand, Austen Chamberlain, Edvard Beneš, Émile Vandervelde. Mussolini, invece, fu ospitato a Villa Farinelli. Sappiamo che nell’albergo vi soggiornò anche il fascista Dino Grandi, allora giovane ministro, poi responsabile il 25 luglio 1943 dell’omonimo Ordine Grandi, che porta alla caduta del governo di Benito Mussolini.

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I Trattati di Locarno, firmati il 16 ottobre, sembravano garantire la pace in Europa. La Francia otteneva rassicurazioni sulla frontiera con la Germania; Berlino rientrava nel consesso delle nazioni. L’associazione internazionale dei giornalisti al seguito invitò i ministri a un banchetto conclusivo proprio nelle sale del Grand Hôtel. Lo “spirito di Locarno” divenne sinonimo di distensione – almeno fino a quando Hitler non lo fece a pezzi nel 1936.

Il 2 giugno 1946 i cittadini di Lugano bocciarono in votazione popolare il progetto di un anfiteatro nel Parco Ciani per ospitare la rassegna cinematografica internazionale che la città aveva accolto nei due anni precedenti. Gli organizzatori cercarono un’alternativa e la trovarono a Locarno: il parco del Grand Hôtel, con i suoi quattromila metri quadrati di verde, era perfetto per le proiezioni all’aperto.

Nell’agosto 1946 nacque così il Festival del Film di Locarno. La serata finale, con Roma città aperta di Roberto Rossellini e Anna Magnani, attirò milleottocento spettatori seduti nel parco. Per ventuno edizioni il festival rimase legato al Grand Hôtel: le proiezioni nel giardino, le star che soggiornavano nelle suite, i ricevimenti nelle sale affrescate. Nel 1967 il festival lasciò il parco dell’hotel; dopo tre edizioni senza proiezioni all’aperto, nel 1971 si trasferì definitivamente sulla Piazza Grande, con i suoi ottomila posti. Ma fino alla chiusura del 2005, le stelle del cinema – come Gina Lollobrigida – continuarono ad alloggiare al Grand Hôtel durante i festival.

Nel tardo autunno 2005 il Grand Hôtel chiuse. Le ragioni erano molteplici: un trend turistico negativo che durava da anni, investimenti colossali ormai improcrastinabili, occasioni mancate per rinnovare la struttura e adeguarla agli standard del nuovo millennio. Il palazzo, iscritto come bene culturale di importanza nazionale nell’inventario federale, iniziò a degradarsi rapidamente.

Sei tentativi di rilancio fallirono uno dopo l’altro. Nel 2008 René Schweri, erede del fondatore di Denner, acquisì un’opzione d’acquisto per un anno, ma non se ne fece nulla. Altri investitori (Grand Casino SA di Zurigo, HRS Real Estate, ecc.) si fecero avanti, presentarono progetti, poi si ritirarono. Il Grand Hôtel restava lì, con le finestre murate, il parco inselvatichito, gli affreschi che si scrostavano, i corridoi dove un tempo passeggiavano ministri e dive del cinema ora invasi dall’umidità e dal silenzio. Per quasi vent’anni il palazzo rimase sospeso tra memoria e rovina, simbolo di un’epoca che non voleva morire ma non riusciva a rinascere.

Interessante dettaglio di una serie di foto prese dal pioniere della fotografia aerea elvetica, Walter Mittelholzer. Fotografia del 1929 con il Palace Hotel (a destra) e Grand Hotel (a sinistra).

Nel marzo 2022 l’Artisa Group degli imprenditori ticinesi Stefano e Alain Artioli presentò la domanda di costruzione per il restauro. La Società ticinese per l’arte e la natura fece opposizione, lamentando scarsa attenzione alla tutela monumentale. I committenti accettarono le critiche e modificarono il progetto. Il 21 dicembre 2022 il Comune di Muralto approvò la licenza edilizia.

I lavori sono iniziati nel giugno 2023. Il progetto dell’architetto Ivano Gianola prevede 122 camere e suite, un centro benessere con spa, tre ristoranti, e il recupero integrale del parco storico di oltre quattromila metri quadrati. L’investimento complessivo, acquisto incluso, ammonta a ottanta milioni di franchi. L’apertura è prevista per il 2027, sotto l’insegna The Luxury Collection di Marriott.

Particolare del Grand Hotel (sinistra) e Palace Hotel (destra). Sul margine della fotografia sinistra la funicolare per Locarno Monti.

Il lampadario di Murano, ottocento chili di cristallo, tornerà a brillare. Gli affreschi allegorici del salone principale saranno restaurati. Le colonne di granito delle grotte, che tanto avevano impressionato il cronista del Touriste nel 1876, ritroveranno il loro splendore. Centocinquant’anni dopo la sua inaugurazione, il Grand Hôtel tornerà a guardare il lago – e ad accogliere ospiti illustri come ai tempi di Depretis, Briand e Anna Magnani.

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