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Il Ticino e la povertà: un problema fatto in casa

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Insubrica Historica si occupa di storia moderna della regione insubrica. Non di politica economica, non di analisi congiunturale. Eppure la storia, quando non la si studia, ha il vizio di ripresentarsi. Il 14 febbraio 2026 Blick.ch ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: «Das Tessin wird zum Armenhaus der Schweiz» – il Ticino diventa la casa dei poveri della Confederazione. La notizia ha suscitato un vivace scambio di riflessioni all’interno del comitato del Gruppo per la Memoria, dal quale è nata l’idea di questo editoriale. Li ringraziamo per lo stimolo. Non pretendiamo di offrire soluzioni, ma riteniamo utile mettere in fila alcuni fatti che nel dibattito pubblico vengono troppo spesso trascurati.

Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica (rilevazione SILC 2023), ripresi in un’analisi del quotidiano romando Le Courrier, il 23,3 per cento della popolazione ticinese era a rischio povertà. Quasi una persona su quattro. In Svizzera tedesca la quota si ferma al 7,5 per cento. I media d’Oltralpe hanno subito gridato all’emergenza: il Ticino come «Armenhaus der Schweiz», la casa dei poveri della Confederazione. La Fondazione Francesco ha segnalato un netto aumento delle richieste di aiuto nelle prime settimane del 2026. Quasi una madre sola su tre vive in condizioni di povertà assoluta. Le casse malati costano in media oltre 500 franchi al mese, le più care di tutta la Svizzera, contro una media nazionale di 393.30 franchi.

Numeri preoccupanti, senza dubbio. Ma prima di cedere al catastrofismo, vale la pena guardare con più attenzione alle cause del problema. Perché la povertà ticinese non è una fatalità. È, in larga misura, un problema fatto in casa.

La favola dei frontalieri che rubano il lavoro. Il discorso pubblico ticinese ruota da decenni attorno allo stesso capro espiatorio: i frontalieri italiani. Sono circa 78’700 le persone con permesso G che ogni giorno attraversano il confine per lavorare nel cantone. I salari sarebbero bassi, ci viene detto, perché i lavoratori italiani accettano retribuzioni inferiori. L’argomento ha una sua logica superficiale. Ma non regge a un’analisi più approfondita.

Guardiamo i dati settore per settore. Nell’edilizia, dove esiste un Contratto collettivo di lavoro (CCL) nazionale con zone salariali ben definite, i salari ticinesi sono paragonabili a quelli di San Gallo e Turgovia. Il CCL funziona da pavimento: nessuno può pagare meno di quanto stabilito, indipendentemente dalla nazionalità del lavoratore. Nel settore pubblico – sanità, scuola, amministrazione, Posta, FFS – le retribuzioni ticinesi sono inferiori del 5-10 per cento rispetto a quelle di regioni comparabili della Svizzera tedesca come San Gallo o Turgovia (il confronto con Zurigo, dove gli affitti sono del 50 per cento più alti, sarebbe poco significativo). Da Coop e Migros, così come nella ristorazione, dove vigono CCL nazionali con salari minimi, la differenza si aggira anch’essa attorno al 5-10 per cento.

Le cose cambiano radicalmente nel settore privato non regolamentato. Nelle banche, nell’informatica, nelle assicurazioni, nelle fiduciarie e negli studi di consulenza i salari ticinesi sono dal 20 al 30 per cento inferiori a quelli di regioni analoghe della Svizzera tedesca. E qui il punto è decisivo: la colpa non è del frontaliere che accetta un salario più basso. È del padrone ticinese che lo offre. In questi settori non esistono CCL con salari minimi vincolanti, e il padronato ticinese si oppone attivamente alla loro introduzione.

Il confronto che nessuno vuole fare: Ginevra. Se la prossimità a un paese con salari più bassi fosse davvero la causa principale del dumping salariale, allora Ginevra dovrebbe trovarsi in una situazione analoga a quella ticinese. Il cantone romando ha oltre 85’000 frontalieri francesi – più che in Ticino. Anche l‘Alta Savoia e l’Ain, le regioni francesi di provenienza, hanno un livello salariale nettamente inferiore a quello svizzero. I frontalieri occupano quasi un quarto dei posti di lavoro del cantone. Nel 2024, Ginevra ha registrato il numero record di 24’835 nuovi permessi G, il dato più alto dalla prima rilevazione nel 1989.
Eppure i salari a Ginevra non sono bassi. Anzi: nel confronto intercantonale sono tra i più alti della Svizzera. Il salario minimo cantonale è di 24,32 franchi all’ora – nel Ticino, dove pure è stato finalmente introdotto, la soglia si ferma fra i 20 e i 20,50 franchi. Ma il salario minimo legale è solo un pezzo del puzzle. La vera differenza sta altrove.

A Ginevra l’economia è strutturalmente più forte. Le organizzazioni internazionali, il settore finanziario, il settore del lusso, le multinazionali e il comparto tecnologico offrono posti di lavoro qualificati e ben pagati. Ma soprattutto, a Ginevra i sindacati sono forti. I contratti collettivi sono diffusi e applicati. Il dumping salariale viene monitorato dall’ufficio cantonale preposto e sanzionato, indipendentemente dalla provenienza del lavoratore. Le commissioni paritetiche funzionano.

In Ticino, al contrario, il tessuto imprenditoriale è in buona parte composto da piccole e medie imprese che competono sul costo del lavoro anziché sulla qualità. Una parte del padronato locale si è insediata nel cantone proprio per approfittare della possibilità di pagare salari bassi. I sindacati sono deboli. I CCL con salari minimi vincolanti sono l’eccezione, non la regola. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Una questione di volontà politica. Il Ticino ha introdotto un salario minimo cantonale, ultimo cantone frontaliero a farlo. Nel 2025 è entrata in vigore l’ultima fase dell’aumento, con la soglia fissata fra 20 e 20,50 franchi all’ora a seconda del settore. Un passo nella direzione giusta, ma insufficiente.

Il vero nodo resta l’assenza di CCL con salari minimi nei settori dove il divario è maggiore: banche, informatica, assicurazioni, fiduciarie, studi di architettura, consulenza. Sono settori che impiegano migliaia di persone e dove il differenziale salariale con il resto della Svizzera raggiunge il 20-30 per cento. Senza contratti collettivi vincolanti che stabiliscano un pavimento salariale dignitoso, la situazione non cambierà.

Il caso dell’edilizia lo dimostra con chiarezza: dove c’è un CCL con zone salariali, i salari ticinesi sono allineati a quelli di altre regioni periferiche della Svizzera. Il meccanismo funziona. Non c’è ragione per cui non possa funzionare anche altrove.

Un problema strutturale, non congiunturale. La povertà in Ticino non è il risultato di una congiuntura sfavorevole o di una crisi passeggera. È il prodotto di scelte politiche ed economiche precise. Un padronato che tiene bassi i salari perché può farlo. Una politica che per decenni ha preferito dare la colpa ai frontalieri piuttosto che affrontare il nodo dei CCL. Sindacati troppo deboli per imporre condizioni migliori.

I premi delle casse malati – i più alti della Svizzera – non fanno che aggravare una situazione già precaria. Quando il costo della vita è quello svizzero ma i salari sono sensibilmente più bassi, il risultato è prevedibile: una popolazione che scivola verso la povertà.

Se non si affronterà il problema alla radice – con l’estensione dei contratti collettivi di lavoro, con salari minimi settoriali adeguati, con una politica economica che punti sulla qualità anziché sul risparmio sul costo del lavoro – lo scenario descritto dal giornale d’Oltralpe rischia davvero di avverarsi. Il Ticino non diventerà la casa dei poveri della Svizzera per colpa dei frontalieri o della vicinanza all’Italia. Lo diventerà perché una parte della sua classe dirigente ha scelto di competere al ribasso. E perché la politica cantonale ha lasciato fare.

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