Un aspetto interessante della storia recente nella regione insubrica è rappresentato dai piani operativi dello Stato Maggiore italiano per invadere la Svizzera. Fortunatamente si tratta di un (quasi) lontano passato. In questo contributo ripercorriamo le tappe di questa pianificazione, dalle prime ipotesi di fine Ottocento fino all’ultimo piano del maggio 1941, e il modo in cui l’Esercito svizzero vi rispose. Poco più di un anno fa avevamo scritto su Insubrica Historica della figura di Raffaele Cadorna. Ufficiale di carriera e uno dei massimi esponenti della Resistenza italiana, proveniva da una dinastia, quella dei Cadorna, quasi interamente dedita alla carriera militare.
Il padre, Luigi Cadorna (1850-1928), era stato all’inizio della Prima guerra mondiale capo di Stato Maggiore del Regio Esercito. Un ufficiale molto discusso, il quale giocò un ruolo abbastanza dubbio nella disfatta di Caporetto dell’ottobre-novembre 1917.

La Linea Cadorna al confine svizzero, 1916-1918
Nella regione insubrica il nome Cadorna è sinonimo piuttosto dell’omonima linea fortificata, che esiste tutt’oggi e si estende dal Sempione fino alla Valtellina: un’immensa opera di difesa della frontiera italiana contro un nemico che si immaginava provenire dalla Svizzera. I lavori iniziarono nella primavera del 1916. Il 25 luglio dello stesso anno fu costituito il comando della 5a Armata, affidato al generale Ettore Mambretti e incaricato della direzione dei lavori e della difesa del settore; dal 16 gennaio 1917 gli fu subordinato il Comando Occupazione Avanzata Frontiera Nord (OAFN), con sede a Varese.

Nel suo rapporto di commiato Mambretti tracciò il bilancio dell’opera: dalla Val d’Ossola alla cresta orobica erano stati realizzati 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie d’artiglieria (perlopiù imponenti cannoni navali), 11 dei quali in caverna, 25’000 m² di baraccamenti, 236 km di strade camionabili e 398 km di carrarecce e mulattiere. Vi lavorarono in media tra 15’000 e 20’000 operai, molti dei quali, per lo meno per l’Ossola, provenienti dalla Toscana. Il costo complessivo fu di circa 104 milioni di lire, ovvero circa 300 milioni di euro al giorno d’oggi.
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Perché tanto impegno contro un Paese neutrale? Secondo la ricostruzione del colonnello SMG Pier Augusto Albrici, pubblicata nel 2010 nella Rivista Militare della Svizzera italiana, a Roma si temeva che truppe tedesche e austriache potessero attraversare la Svizzera per prendere alle spalle l’esercito italiano. A questi timori contribuivano le simpatie della Svizzera tedesca per gli Imperi centrali, la posizione filo-austriaca dei vertici dell’esercito svizzero e le notizie sempre più frequenti di concentramenti di truppe germaniche alla frontiera nord della Confederazione. Le istruzioni della 5a Armata prevedevano tre ipotesi: la difesa della Linea Cadorna, un’incursione fino alla linea Monte Ceneri-Bernina e l’occupazione completa del Ticino con una spinta fino ai passi dell’Engadina. Nel settore di Varese e Como, dove la distanza tra la Pianura Padana e la frontiera è minima, era stata preparata a titolo precauzionale l’annessione del Monte San Giorgio, del Monte Generoso e possibilmente dell’intero Mendrisiotto; il fuoco di 12 batterie doveva bloccare ferrovia e strada sul ponte diga di Melide.
Nei primi mesi del 1918, dopo l’offensiva tedesca nelle Fiandre e i ripetuti attacchi austro-tedeschi falliti sul Piave, i timori italiani si affievolirono. Le truppe destinate alla Linea Cadorna furono trasferite in Veneto, la 5a Armata fu sciolta e i cantieri sgomberati; l’OAFN venne sciolto definitivamente nel gennaio 1919. Lo stesso Luigi Cadorna giudicò che l’opera aveva assorbito un’enorme quantità di manodopera che avrebbe trovato impiego sul fronte italo-austriaco.
Dalla Triplice Alleanza ai piani fascisti
Lo Stato Maggiore italiano non si limitò però a concepire una difesa attiva del proprio territorio. Già nel 1878 il maggiore Giuseppe Perrucchetti, considerato il padre degli Alpini, ipotizzava che in caso di guerra Germania e Italia avrebbero potuto attaccare insieme la Francia, l’Italia passando per il Sempione e il Piccolo San Bernardo. Nel 1887 la Germania chiese la messa a disposizione di un’armata italiana nella Foresta Nera e tra il 1889 e il 1912 lo Stato Maggiore italiano pianificò in dettaglio il trasferimento della 3a Armata, con al massimo cinque corpi d’armata e due divisioni di cavalleria, attraverso la Svizzera: dapprima per le Alpi centrali e, dopo la fortificazione del Gottardo, per i passi grigionesi e la regione di Sargans fino al Reno.

Il re Vittorio Emanuele III riteneva il progetto irrealizzabile e, secondo il rapporto dell’addetto militare tedesco a Roma, lo definì un’assurdità. In occasione del rinnovo della Triplice Alleanza, nel 1912, l’Italia vi rinunciò definitivamente. In Svizzera questi piani furono noti in tempi brevi e percepiti come una provocazione; rafforzarono l’antipatia verso l’Italia negli ambienti militari, già diffidenti nei confronti dell’irredentismo, che in Ticino ebbe nel movimento e nel giornale Adula (1912-1935) la sua espressione più esplicita. Non mancava peraltro una pianificazione in senso inverso: nel 1896 il capo di Stato Maggiore svizzero Arnold Keller studiò una «correzione» della frontiera sud, rivendicando la Valtellina e la Val d’Ossola sulla base del loro passato dominio confederato.
Il primo piano operativo d’invasione del periodo fascista, concepito nel 1928, si contraddistingue per un marcato ottimismo. Secondo gli strateghi italiani sarebbero bastate per invadere il Canton Ticino e parte dei Grigioni poco più di tre divisioni: esattamente un corpo d’armata con tre divisioni, nove battaglioni di Camicie Nere della MVSN e dieci batterie d’artiglieria pesante. Il piano presupponeva un esercito elvetico impreparato e poco armato.

Tra il 1933 e il 1935, quando l’alleanza tra Mussolini e Hitler non si era ancora concretizzata, uno studio prevedeva la costituzione di un’Armata «S» (Svizzera) con 12 divisioni e 4 reparti alpini. Un piano del 1935 considerava invece l’eventualità di una violazione della neutralità svizzera o di uno schieramento della Confederazione a fianco dell’Austria e della Germania: una massa di truppe dislocata a breve distanza dalla frontiera avrebbe dovuto portarsi al Sempione, al San Gottardo e, in Engadina, ai passi dello Julier, dell’Albula e della Flüela.

Il piano «T» di Vercellino, giugno 1940
Il 7 giugno 1940, tre giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, lo Stato Maggiore trasmise al generale d’armata Mario Vercellino (1879-1961), comandante dell’Armata del Po, disposizioni segrete per l’eventuale occupazione del «saliente ticinese», qualora altri avessero violato la neutralità svizzera. Lo studio doveva partire dall’ipotesi di una resistenza delle truppe svizzere. L’obiettivo era la displuviale alpina con l’occupazione dei passi; in caso di forte resistenza, prevedibile nella zona fortificata del Gottardo, si sarebbero dovuti raggiungere almeno la zona di Airolo, per interrompere le comunicazioni ferroviarie e stradali del Gottardo verso sud, la conca di Biasca e il passo del San Bernardino.
Su questa base Vercellino elaborò il piano «T» (Ticino), con un attacco su cinque direttrici affidate alle divisioni «Tridentina», «Trieste», «Ariete», «Marche» e «Puglie» e con la divisione «Torino» in riserva. L’operazione, appoggiata dall’artiglieria di fortezza italiana, avrebbe dovuto durare tre giorni. Rispetto al piano del 1928, per il solo Canton Ticino si riteneva ora necessario un numero di divisioni quasi doppio. Il 13 giugno 1940 il maresciallo Pietro Badoglio dichiarò tuttavia al re che nessun movimento di truppe doveva essere fatto verso la Svizzera: l’occupazione del Ticino andava studiata, senza prendere alcun provvedimento.

Operazione Tannenbaum e il piano del 1941
Nell’estate e nell’autunno del 1940 anche da parte tedesca furono elaborate diverse varianti dell’operazione «Tannenbaum»: il progetto del 12 agosto prevedeva 12 divisioni, quello del 6 settembre, con partecipazione italiana, 21 divisioni, quello del generale Franz Halder del 17 ottobre, senza intervento italiano, 11 divisioni. Dopo l’insuccesso dell’attacco italiano sul fronte alpino francese nel giugno 1940 appariva poco credibile che le forze italiane potessero conquistare in tempo utile la regione alpina svizzera, mentre si temeva che la Wehrmacht restasse invischiata in lunghi combattimenti di montagna. I due alleati, inoltre, si contendevano il Vallese e parte dei Grigioni. Con l’attacco alla Grecia, nell’ottobre 1940, le forze previste contro la Svizzera furono spostate sul nuovo fronte.

Quasi un anno dopo il piano Vercellino, nel maggio 1941, fu redatto l’ultimo piano operativo per l’occupazione militare del Ticino, del Vallese, dei Grigioni e della catena alpina elvetica. Lo Stato Maggiore italiano riteneva ora necessarie oltre 15 divisioni. Il piano presupponeva un’azione tedesca contemporanea, finalizzata alla spartizione totale della Svizzera, e una difesa svizzera a oltranza; gli obiettivi italiani erano il Vallese, il Ticino, la conca di Andermatt e i Grigioni. Le truppe però mancavano, impegnate in parte in Africa e in parte in Iugoslavia, e il Ministero degli Affari esteri sconsigliò l’esecuzione dell’«Operazione Svizzera». Con l’attacco tedesco all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941, il pericolo cessò.

La risposta svizzera: dal Ceneri al Ridotto
Sul versante svizzero, l’ordine operativo n. 5 del 6 febbraio 1940 prevedeva di ritardare a oltranza un attacco attraverso il Ticino sulla linea Valle Maggia (Ponte Brolla)-Lago Maggiore-Monte Ceneri-passo San Jorio, ritirando dietro di essa le truppe di frontiera del Sottoceneri. Il 25 luglio 1940 il generale Henri Guisan riunì i comandanti superiori dell’esercito sul praticello del Grütli. Con l’ordine operativo n. 13 del 24 maggio 1941 fu disposta l’occupazione del Ridotto: le truppe in Ticino e nei Grigioni avrebbero condotto un combattimento ritardatore in direzione del San Gottardo. Solo con l’ordine operativo n. 16 del 1° gennaio 1944 Guisan riportò il dispositivo verso il confine meridionale, riservandosi azioni offensive oltre frontiera verso la Valle Antigorio, Domodossola, Ornavasso, Pallanza e Chiavenna, secondo principi già formulati da Keller nel 1896.

Con l’armistizio del settembre 1943 i piani d’invasione persero ogni attualità: una parte dell’esercito italiano lasciò l’alleanza con i tedeschi e passò in modo molto improvvisato e disordinato con gli Alleati. Fu l’inizio della guerra civile nel Nord Italia, che durò ben 20 mesi. Una guerra fratricida che portò, per la sola area dell’Ossola, a 2000 civili uccisi e deportati, 80 militi tedeschi e circa 350 militi fascisti uccisi.
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Fonti: Pier Augusto Albrici, La difesa del Fronte Sud (dal 1815 al 1945), in: Rivista Militare della Svizzera italiana 82 (2010), n. 1-3; ASMZ n. 155 (1989); Hans Senn, Die Schweiz in der militärischen Planung der Nachbarmächte während der Zwischenkriegszeit.
Breve FAQ riassuntivo
L’Italia aveva pianificato un’invasione della Svizzera?
Sì, lo Stato Maggiore italiano elaborò piani contro la Svizzera tra il 1928 e il maggio 1941, preceduti tra il 1889 e il 1912 da piani di attraversamento del territorio svizzero a sostegno della Germania; nessuno fu mai attuato.
Che cos’era il piano «T» del 1940?
Era il piano del generale Mario Vercellino, comandante dell’Armata del Po, per occupare il Ticino in tre giorni con cinque divisioni e una di riserva, con obiettivo minimo la zona di Airolo, la conca di Biasca e il passo del San Bernardino.
Perché fu costruita la Linea Cadorna?
Durante la Prima guerra mondiale l’Italia temeva che truppe tedesche e austriache attraversassero la Svizzera per attaccare alle spalle il proprio esercito; tra il 1916 e il 1918 furono realizzati 72 km di trinceramenti e 88 appostamenti per batterie dalla Val d’Ossola alla cresta orobica.
Perché i piani d’invasione della Svizzera non furono attuati?
Nel 1941 le truppe italiane erano impegnate in Africa e in Iugoslavia, il Ministero degli Affari esteri sconsigliò l’operazione e con l’attacco tedesco all’Unione Sovietica del 22 giugno 1941 il pericolo cessò.
La cronologia essenziale
| Data | Evento |
|---|---|
| 1889-1912 | Piani italiani di attraversamento della Svizzera con la 3a Armata a sostegno della Germania |
| 1916-1918 | Costruzione della Linea Cadorna dalla Val d’Ossola alla cresta orobica |
| 1928 | Primo piano d’invasione di Ticino e parte dei Grigioni (poco più di 3 divisioni) |
| 1933-1935 | Studio di un’Armata «S» (Svizzera) con 12 divisioni e 4 reparti alpini |
| 7 giugno 1940 | Disposizioni segrete al generale Vercellino per l’occupazione del saliente ticinese |
| 13 giugno 1940 | Badoglio esclude movimenti di truppe verso la Svizzera |
| Maggio 1941 | Ultimo piano per Ticino, Vallese, Grigioni e Andermatt (oltre 15 divisioni) |
| 22 giugno 1941 | Attacco tedesco all’URSS: fine del pericolo per la Svizzera |