Il conte Nino Rezzonico (1900–1974), ingegnere diplomato al Politecnico di Zurigo e patrizio di Porza, fu negli anni Trenta il principale esponente del fascismo ticinese. Soprannominato dalla stampa socialista il «Ducetto di Porza», fondò nel 1933 la Federazione fascista ticinese su mandato del frontista vodese Arthur Fonjallaz e incontrò Mussolini a Roma lo stesso anno. La fallita marcia su Bellinzona del 25 gennaio 1934 — una quarantina di fascisti respinti da centinaia di antifascisti davanti al Palazzo del Governo — segnò la fine del movimento organizzato. La legge sull’ordine pubblico, votata dal Gran Consiglio quello stesso giorno, ne tolse ogni base legale. Rezzonico si ritirò a Torino per tutta la durata della guerra e morì a Sorengo nel 1974. La sua villa a Porza, ribattezzata Villa Floridiana, ospitò nel 1956 il cancelliere Konrad Adenauer per pochi giorni.
Zusammenfassung Nino Rezzonico
Graf Nino Rezzonico (1900–1974), diplomierter Ingenieur der ETH Zürich und Bürger von Porza, war in den 1930er-Jahren die zentrale Figur des Tessiner Faschismus. Von der sozialistischen Presse als «Ducetto di Porza» verspottet, gründete er 1933 im Auftrag des Waadtländer Frontisten Arthur Fonjallaz die Federazione fascista ticinese und traf im selben Jahr Mussolini in Rom. Der gescheiterte «Marsch auf Bellinzona» vom 25. Januar 1934 — rund vierzig Faschisten wurden vor dem Regierungspalast von Hunderten Antifaschisten empfangen — besiegelte das Ende der organisierten Bewegung. Das am selben Tag vom Grossen Rat verabschiedete Gesetz zum Schutz der öffentlichen Ordnung entzog ihr jede rechtliche Grundlage. Rezzonico zog sich für die Dauer des Krieges nach Turin zurück und starb 1974 in Sorengo. Seine Villa in Porza, später Villa Floridiana genannt, beherbergte 1956 für wenige Tage Bundeskanzler Konrad Adenauer.

Nino Rezzonico — Il «Ducetto di Porza» e la marcia su Bellinzona del 1934
Il conte Giovan-Battista Rezzonico di Castelmonte nasce a Torino il 5 marzo 1900, patrizio di Porza, di famiglia facoltosa. Dopo il diploma di ingegnere al Politecnico federale di Zurigo nel febbraio 1924, rientra in Ticino e si dedica all’attività sportiva — gioca nel FC Lugano — prima di entrare nell’agone politico. A partire dal 1930 aderisce alla Guardia civica guidata da Luigi Rossi, dove allaccia legami con l’avvocato Alfonso Riva, figura di spicco dell’irredentismo ticinese. Nel 1931 viene eletto al Gran Consiglio, dove siederà fino al 1933.

Un fascismo diviso fin dalle origini
Ma la politica parlamentare non basta a Rezzonico. Il fascismo autoctono ticinese, sin dai suoi albori, è un fascismo aspramente diviso. Il 15 luglio 1933, a Lugano, Riva fonda la Lega nazionale ticinese, un movimento dal carattere irredentista e antisocialista. Pochi mesi dopo, il 21 novembre 1933, Rezzonico reagisce fondando a Porza la Federazione fascista della Repubblica e Cantone del Ticino, con Alberto Rossicome vicecapo. L’organizzazione dipende dal frontista vodese Arthur Fonjallaz, ex colonnello dell’esercito svizzero e fondatore della Federazione fascista svizzera. Fonjallaz aveva incontrato Mussolini almeno quindici volte e ricevuto dal regime circa 600’000 franchi. Il 29 ottobre 1933 nomina Rezzonico suo rappresentante nella Svizzera italiana, incaricandolo di costruire la rete cantonale.
Riva e Rezzonico, in perfetta coerenza con la tradizione campanilista ticinese, non riusciranno mai a mettersi d’accordo. Nemmeno il rapporto tra Rezzonico e il suo vice Rossi è privo di attriti. Il fascismo cantonale nasce dunque già frammentato: due organizzazioni concorrenti, capi in contrasto tra loro, basi fragili. A Locarno diventa persino difficile trovare un ristoratore disposto ad accogliere i comizi fascisti.
L’incontro con Mussolini e Battaglie!
In questo contesto, Rezzonico compie nel 1933 un pellegrinaggio a Roma, dove incontra Mussolini. L’impressione è profonda, al punto che Rezzonico la trasfonde nel suo pamphlet Battaglie!, pubblicato a Bellinzona nel 1937: «I pochi minuti che ho passato alla presenza di Mussolini sono stati sufficienti a diventare il motivo centrale della mia esistenza. Chiunque abbia avuto l’onore di vedere gli occhi del Duce riposare su se stesso sentirà per sempre l’obbligo di essere grato al destino per questo favore.» Il quotidiano socialista Libera Stampa non tarda ad affibbiargli il soprannome di «Ducetto di Porza».
La sera del 24 gennaio 1934 a Locarno
La corrente di Rezzonico inaugura nel 1934 la propria Casa del Fascio a Locarno: Casa Celesia (dove oggi si trova il Ristorante «Locanda Locarnese», in prossimità dell’entrata del Cinema Rex in Piazza Grande) , in via Bossi 1, nei pressi della Piazza Grande. È qui che la sera del 24 gennaio 1934, alla vigilia della marcia su Bellinzona, circa duecento fascisti, per lo più camerati luganesi in camicia nera, si riuniscono per fondare il Fascio di Locarno. Ma la serata finisce diversamente dal previsto. All’uscita dalla riunione, in Piazza Grande, i fascisti vengono inseguiti e malmenati dai concittadini meno inclini alla loro ideologia. I socialdemocratici locarnesi avevano come punto di ritrovo il Bar-Cantina Canetti, al limite della piazza, celebre più per il suo aperitivo «spruzzo» che per i dibattiti ideologici.

La marcia su Bellinzona del 25 gennaio 1934
Il giorno dopo, giovedì 25 gennaio 1934, i sopravvissuti al pestaggio partono in autobus e automobili alla volta di Bellinzona. La data non è una coincidenza: lo stesso giorno il Gran Consiglio è convocato per votare la legge «concernente provvedimenti straordinari per la tutela dell’ordine pubblico», il cui articolo 4 vieta le associazioni che «ostacolano con mezzi illegali l’azione dell’autorità», una norma diretta, di fatto, contro le organizzazioni fasciste. I fascisti intendono impedire il voto e vendicare i compagni picchiati la sera prima a Locarno.

Il movimento su Bellinzona è pilotato a distanza: Rezzonico resta a Lugano, tenendosi in contatto telefonico con le squadre inviate a Bellinzona, mentre per il Locarnese ha provveduto l’avvocato Fausto Pedrotta, il quale delega ad altri il comando degli squadristi e rimane nel proprio studio. Ma la «marcia su Bellinzona», che nelle intenzioni di Rezzonico doveva replicare quella su Roma dell’ottobre 1922, si rivela un fiasco. I circa quaranta fascisti che raggiungono effettivamente il Palazzo del Governo, il grosso del gruppo si è disperso durante la notte, trovano gli accessi al palazzo sbarrati per ordine del Consiglio di Stato e si rifugiano nel Caffè del Teatro, dove si tiene un conciliabolo. Alcuni propendono per andarsene alla chetichella; altri se la svignano. Alberto Rossi telefona a Lugano e sostiene la necessità di uscire sulla piazza ad affrontare la folla. Vengono accolti da centinaia di antifascisti, in gran parte giovani mobilitati dal consigliere di Stato socialista Guglielmo Canevascini di Tenero, appartenenti all’organizzazione Liberi e Svizzeri.
Quando Rossi tenta di arringare la folla al grido di «Fascisti!», la situazione degenera. I fascisti impugnano i manganelli e cominciano a picchiare; Rossi estrae la rivoltella e spara due colpi. La folla reagisce con violenza: i fascisti vengono sbandati, inseguiti e presi a sassate per le vie della capitale. I feriti sono sei o sette. Rossi, picchiato a sangue, viene condotto dentro il palazzo. L’avvocato Remo Cavalli di Locarno, contuso e tremante, cerca rifugio tra le braccia dei gendarmi. Un certo Guidi di Minusio, che aveva dichiarato agli agenti di essere disarmato, viene trovato in possesso di una rivoltella. Il Luigi Fanciola e un Stefano Pedrazzinidi Locarno, inseguiti a sassate, si rifugiano nel Bar Ideal dopo aver percorso di corsa la via Orico. Un Ferdinando Bernasconi di Lugano confesserà all’interrogatorio di fare il fascista «perché regolarmente pagato».
Solo l’intervento degli agenti di polizia e l’attivazione degli idranti ristabiliscono la calma. Una sezione di quaranta uomini della Scuola sottufficiali viene chiamata a presidio del palazzo. La folla rimane in piazza fino a tarda sera; per tutta la notte, gruppi di cittadini percorrono la città fischiando sotto le case dei fascisti noti. Il giorno successivo viene aperta l’inchiesta giudiziaria: tra gli interrogati figurano l’avvocato Pedrotta, l’ingegner Fernando Bonzanigo (esponente fascista della Lega Bellinzonese) e diversi antifascisti fermi, il che provoca vivo nervosismo in città.
La fine del fascismo ticinese organizzato
La marcia fallita segna la fine politica del fascismo ticinese organizzato. Il proprietario di Casa Celesia rescinde il contratto d’affitto, sfrattando i membri del Fascio di Locarno. Costretti a cercare sedi alternative, si riuniscono fino all’aprile 1944 presso la Casa d’Italia, situata tra Piazza Fontana Pedrazzini e via della Posta, allora anche sede del vice consolato italiano, per poi trasferirsi alla Pasticceria-Caffè Ravelli in Piazza Grande. La legge sull’ordine pubblico, approvata quello stesso 25 gennaio, priva di base legale il movimento fascista ticinese: fondare, aderire o partecipare ad associazioni che ostacolino le funzioni pubbliche diventa punibile con multe fino a 1’500 franchi e, in caso di recidiva, con la detenzione fino a un anno.

Il dopoguerra e Adenauer a Villa Rezzonico
Rezzonico, allontanato dalla guida della Federazione a causa dei dissidi con Rossi, si ritira a Torino, dove rimane per tutta la durata della guerra. Ricompare nel dopoguerra con un basso profilo: una modesta carriera politica in Gran Consiglio sotto l’etichetta del «Partito Unione Indipendenti Ticino», attività giornalistica nella Voce del Ticino — dove continua a pubblicare articoli di orientamento filofascista — e una veste di benefattore, sostenendo finanziariamente la «Casa dei Bambini» di Porza. Muore a Sorengo nel 1974.

Un’ironia della storia vuole che nell’estate del 1956 il cancelliere tedesco Konrad Adenauer, in cerca di una meta di vacanza politicamente inoffensiva dopo aver rinunciato alle Canarie per non soggiornare nella Spagna franchista, scelga proprio Villa Rezzonico a Porza. Non vi rimarrà che pochi giorni — ufficialmente per problemi di riscaldamento, in piena estate. La villa, ribattezzata Villa Floridiana, risultava nel 2026 ancora in vendita per 28 milioni di franchi.
Cenni biografici
BONTEMPI, Teresina (Locarno 1883 – Cevio 1968).
Ispettrice scolastica e redattrice del periodico irredentista «Adula».
Viene nominata nel 1908 ispettrice cantonale degli asili. Personalità di spicco per l’introduzione del metodo Montessori negli asili ticinesi. Nel 1912 fonda il periodico irredentista «Adula», pubblicato, sebbene a fasi alterne, fino al 1935. La Bontempi è oggetto, assieme a Emilio Colombi (Bellinzona 1860 – Milano 1947), di un’istruttoria giudiziaria nell’agosto del 1935, assegnata al giudice istruttore del Sottoceneri, Arturo Weissenbach. Passa il periodo 1939-1945 a Pavia, dopodiché ritorna a Menzonio (Valle Maggia), conducendo una vita isolata fino alla sua morte.
CAVALLI, Remo (Borgnone-Rasa Centovalli 1900 – Minusio 1974). Avvocato penalista irrendentista, operante a Locarno.
Dottorato in Giurisprudenza a Berna. Dal 1937 al 1942 lavora per il governo del Canton Ticino. Dal 1942 Ispettore del registro fondiario ticinese e più tardi dei monumenti storici. Probabilmente anche fascista, partecipa alla marcia su Bellinzona del gennaio 1935, dove viene ferito e brevemente tenuto in arresto.
FANCIOLA, Luigi (Locarno 1976 – Locarno 1961). Albergatore e fascista locarnese.
Principale esponente dal fascismo locarnese negli anni trenta. Proprietario e direttore per lungo tempo dell’albergo Regina a Locarno, poi demolito all’inizio degli anni ottanta.
PEDRAZZINI, Rodolfo (Tenero 1898 – Tenero 1972). Capitano dell’esercito elvetico e fascista della prima ora. Attivo soprattutto nel fascismo locarnese durante gli anni trenta. Nonostante il suo passato di fascista raggiunge ancora il grado di colonello.
PEDRAZZINI, Stefano (Tenero n.c. – n.c.). Fascista. Fratello di Rodolfo.
Fra i primi promotori della Radio Svizzera Italiana nel 1929. Co-direttore nel 1934 del periodico «Fascista Svizzero». Nel 1934 fiduciario del Fascio di Locarno e considerato capo del fascismo locarnese. Condivide con Dante Bertolini (tutt’altro che fascista) un fervente interesse per l’Esperanto.
PEDROTTA, Fausto (Locarno 1899 – Locarno 1958). Storico, politico e fascista locarnese.
Originario di Intragna. Dopo il liceo a Lugano (1916-19) studia diritto all’Università di Berna (1919-23). Avvocato nello studio del padre a Locarno, nel 1926 consegue il brevetto di notaio. Redattore dei periodici «Adula» e dell’Archivio storico della Svizzera italiana nonché de «Il Cittadino», giornale dell’ala destra del Partito liberale radicale di Locarno, di cui è anche direttore. Pubblica saggi di carattere politico, economico, artistico e storico sul Ticino. Liberale, negli anni 1930-40 assume una posizione marcatamente italofila e irredentista aderendo alla Federazione fascista ticinese, di cui diviene uno dei teorici assumendo la carica di segretario sopracenerino della Federazione fascista ticinese. Cofondatore e primo presidente (1954-58) della Società Storica Locarnese. Da «Libera Stampa» definito «[…] il Duce Locarnese, il teorico del fascismo[…]».
RIVA, Alfonso (1896-1959), avvocato luganese con posizioni irredentiste e antisocialiste, guidò la Guardia Luigi Rossi imprimendole una svolta filofascista. Uscito dal Partito Conservatore, fondò nel 1933 la Lega Nazionale Ticinese e il settimanale L’Idea Nazionale. Fu deputato e municipale a Lugano prima di ritirarsi dalla politica nel 1938.
ROSSI, Alberto. Fu un avvocato di Lugano ed esponente di primo piano del movimento di estrema destra e filofascista nel Canton Ticino durante gli anni trenta, noto in particolare per il suo ruolo nella Federazione fascista ticinese.