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RSI Prima Ora 11.3.2026: La riabilitazione come autocorrezione

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I combattenti ticinesi della Resistenza alla luce del pensiero sulla libertà di Geissbühler — e il significato della riabilitazione.

Simon Geissbühler, ambasciatore svizzero in Israele e politologo, sostiene nel suo recente libro “Der eigenen Stimme folgen – Gegen den Strom: Renegaten, Outlaws, Einzelgänger der Freiheit” (LIT-Verlag, 2026) che le società aperte hanno bisogno di persone che non si conformano. La sua tesi è netta: la libertà nasce nella testa del singolo, e chi nuota contro corrente paga quasi sempre un prezzo. Questo schema interpretativo si applica con precisione a un gruppo che il Parlamento svizzero ha formalmente riabilitato l’11 marzo 2026: ticinesi che tra il 1943 e il 1945 combatterono a fianco della Resistenza italiana contro l’apparato d’occupazione tedesco-fascista.

Gli storici Raphael Rues e Andrej Abplanalp danno a questa tesi una base documentale concreta con la pubblicazione Kampfzone Ossola / L’Ossola in guerra (Hier und Jetzt / Insubrica Historica, 2026). Il libro non è solo una narrazione degli eventi al confine meridionale: dà un volto agli attori, con biografie fino ad oggi in gran parte sconosciute. Mostrano ciò che Geissbühler descrive in astratto — la rottura con la conformità, la libertà interiore come motore dell’azione, la punizione da parte del proprio Stato.

L’11 marzo 2026: il voto del Consiglio nazionale

Nella seduta dell’11 marzo 2026, il Consiglio nazionale ha approvato il progetto di legge per la riabilitazione formale — senza compensazione finanziaria — dei cittadini svizzeri condannati all’epoca per aver preso parte alla Resistenza francese e italiana, o per averle sostenute. Il progetto era stato approvato in Commissione degli affari giuridici con 16 voti contro 9, tutti UDC.

Il consigliere nazionale ticinese PLR Simone Gianini, correlatore del rapporto commissionale insieme al collega Raphaël Mahaim dei Verdi, ha sostenuto la proposta in aula con parole precise: «Non si tratta di criticare l’operato delle autorità di allora, bensì di annullare, attraverso la riabilitazione, le condanne e le sanzioni che, nell’ottica contemporanea, sono state pronunciate ingiustamente, nonché di rendere onore, a posteriori, a coloro che le subirono e a tutti coloro che si esposero a quel rischio in nome della libertà e della democrazia».

Gianini ha ricordato i precedenti analoghi: nel 2003 una legge federale annullò le sentenze contro chi aveva aiutato persone perseguitate a fuggire durante il nazionalsocialismo. Nel 2009 le Camere federali riabilitarono i volontari svizzeri della guerra civile spagnola, riconoscendo che avevano «sacrificato la loro vita per la libertà e la democrazia». In quell’occasione la riabilitazione non fu però estesa ai combattenti della Résistance, perché le loro motivazioni non erano ancora state chiarite in modo sufficientemente approfondito. Le ricerche degli ultimi anni hanno colmato quella lacuna.

Consigliere Nazionale Simone Gianini PLR-TI. Fonte: KEYSTONE/Alessandro della Valle

Ha sottolineato in particolare il caso di Mario Rodoni, ferroviere originario di Biasca: venuto a conoscenza dei piani tedeschi di far saltare il tunnel del Sempione, riportò informazioni decisive ai partigiani e partecipò all’operazione che permise di sventarne la distruzione. «Grazie anche a ticinesi lungimiranti e coraggiosi — ha osservato Gianini — la resistenza italiana poté contribuire alla sconfitta del nazifascismo negli ultimi mesi di guerra».

Sul voto dell’11 marzo Gianini è diretto: «La storia nel frattempo ha parlato. Questo è un gesto morale che vuole rendere onore a chi fu punito pur trovandosi, col senno di poi, dalla parte giusta della storia. La Resistenza non fu fatta solo di armi, ma di coscienze: uomini e donne che, combattendo o semplicemente aprendo la porta a un perseguitato, salvarono l’onore dell’umanità».

Il solitario al confine

Dopo l’armistizio del settembre 1943, la presenza tedesca nell’Italia settentrionale si intensificò drasticamente. Rastrellamenti, fucilazioni, deportazioni — tutto questo avveniva a due passi dalla frontiera svizzera, spesso a portata d’occhio. Chi guardava dall’altra parte del lago da Locarno o da Ascona non leggeva di una guerra lontana sui giornali: ne vedeva le conseguenze ogni giorno, i parenti e i vicini in pericolo, i profughi che attraversavano il confine. Da questa confrontazione diretta nacque in alcuni la decisione di non stare più a guardare. Non si trattava di una scelta ideologica in senso stretto, ma di un atto di libertà interiore che si opponeva alla pressione conformista della politica ufficiale di neutralità.

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Rues distingue tre livelli di partecipazione. Il primo è quello dei combattenti diretti: un gruppo ristretto, composto soprattutto da uomini del Locarnese che attraversarono il confine per unirsi alle formazioni partigiane — tra i nomi documentati figurano Lindo Meraldi, Gottardo Bacchi e Vincenzo Martinetti, una decina di persone che soprattutto dall’estate del 1944 presero parte ai combattimenti. Il secondo livello, molto più ampio, era formato da uomini e donne rimasti sul territorio ticinese che sostennero attivamente la Resistenza: famiglie di orientamenti politici diversi che ospitarono combattenti in fuga, organizzarono passaggi clandestini, fornirono sostegno logistico. Il terzo livello fu di natura politica e istituzionale: alcune autorità ticinesi, con margini limitati, mostrarono simpatia e sostegno verso la causa resistenziale.

Sei profili, sei percorsi verso la Resistenza

Vincenzo Martinetti (1908–1992) organizzò da Locarno l’intera logistica della Divisione Piave: armi, persone, notizie attraverso il confine. Il movimento partigiano ossolano lo onorò dopo la guerra. Le autorità svizzere lo condannarono per violazione della neutralità a quattro mesi di reclusione con la condizionale. La contraddizione tra il riconoscimento italiano e la punizione svizzera riassume il dilemma che la riabilitazione ha ora sanato.

Gabriella Antognini (1910–1988) aiutò insieme alla sorella Maria i partigiani ossolani fuggiti dall’internamento a rientrare nella loro terra, trasmettendo messaggi su entrambi i lati del confine. Nel 1945 fu sanzionata per aver ospitato un partigiano fuggito da un campo di internamento svizzero: pagò una multa e scontò due giorni di carcere. Nel 1971 fu eletta prima donna nel Consiglio comunale di Locarno.

Silvio Baccalà (1911–1990) era un semplice giardiniere che si impegnò per la causa partigiana. La sua storia rimase nell’oblio per quasi quarant’anni, fino all’importante documentario di Matthias Knauer “Die unterbrochene Spur” (1982). Che ci fosse voluto un film per rendere visibile la sua storia dice molto su quanto il discorso ufficiale abbia marginalizzato queste persone.

Florindo Lindo Meraldi (1913–2000) era un antifascista convinto che già nel 1937 era andato a combattere nella guerra civile spagnola nelle Brigate Garibaldi. Nel 1944 cadde nelle mani delle truppe fasciste e fu detenuto in un carcere di Novara. La sua biografia collega due conflitti in cui i volontari svizzeri furono puniti: la guerra di Spagna e la Resistenza.

Emanuele Bianda (1912–1990) organizzò da Ascona la logistica di diverse formazioni partigiane. Dopo la guerra fondò l’aeroporto di Ascona e divenne noto come «Mister Ascona», senza mai pubblicizzare il suo passato nella Resistenza.

Giuseppe Lepori (1902–1968), consigliere federale conservatore, giornalista e avvocato, condusse come redattore del “Popolo e Libertà” una linea antifascista chiara. Da consigliere di Stato ticinese e direttore della Polizia si impegnò per l’accoglienza di profughi ebrei e politici e sostenne i partigiani dopo la caduta della Repubblica dell’Ossola.

Due figure di raccordo: Bolla e Canevascini

Fulvio Bolla (1892–1946) si schierò decisamente contro il fascismo nel 1938, dopo aver in precedenza assunto posizioni di destra come direttore della “Gazzetta Ticinese”. I suoi articoli democratici durante la guerra, raccolti nel volume “Difesa spirituale”, attestano un cambio di rotta netto e pubblico.

Guglielmo Canevascini (1886–1965), socialdemocratico e consigliere di Stato per molti anni, fu la forza motrice dell’antifascismo ticinese e sostenne attivamente i partigiani ossolani. Dettaglio non privo di ironia: il convinto antifascista aveva ospitato tra il 1908 e il 1910 un giovane rivoluzionario socialista — Benito Mussolini.

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Rues, le cui ricerche hanno contribuito direttamente ad ampliare il progetto di legge anche alla Resistenza italiana, attribuisce a questo voto una valenza che va oltre il gesto simbolico: «In un mondo che appare sempre più incerto e fragile, sempre più orientato a destra, riconoscere chi allora si batté per la libertà e la democrazia significa anche ribadire quei valori nel presente». Un’occasione concreta per farlo sarà il prossimo 18 aprile alle 10.00 al Forte Mondascia a Biasca, dove è prevista una commemorazione dedicata alla memoria della Resistenza e al contributo dato anche dal Ticino.

I profili raccolti in L’Ossola in guerra mettono la carne sul fuoco di questa riflessione. Non si tratta di combattenti per la libertà astratti, ma di un giardiniere, una infermiera, un uomo d’affari, un giornalista — persone che in un determinato momento decisero che stare a guardare non bastava. Riconoscerlo, anche ottant’anni dopo, non è un gesto di facciata.

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