Gino Pezzani, è uno dei pochissimi cittadini ticinesi a vivere di persona l’orrore dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Una storia dimenticata per molto tempo, anche perché Pezzani passa buona parte della sua vita ad Oerlikon e Schlieren, vicino a Zurigo. La storia di Pezzani è raccontata nel libro “Die Schweizer KZ-Häftlinge” (I prigionieri svizzeri dei campi di concentramento) alle pagine 151-160. Nel 2023 l’Associazione Stolpersteine ha posato a Oerlikon una pietra d’inciampo. In questo breve contributo vi riportiamo la storia di Gino Pezzani.
La sua vicenda inizia nel 1910 a Biogno Beride (Tresa Malcantone), dove nacque figlio di Giuseppe Pezzani, un insegnante. Fin da giovane, Gino manifestò due grandi passioni che avrebbero segnato la sua vita: l’arte della pittura e l’amore per la navigazione. Dopo aver studiato con i pittori Bonafedi e Terrazzini e aver lavorato alla Casa di Ferro di Muralto (vedi nostro articolo), decise di combinare le sue passioni intraprendendo rischiose navigazioni nel Mediterraneo su piccole imbarcazioni a vela.

Nel novembre 1940, mentre la guerra infuriava in Europa, Pezzani si trovava ad Agde, nel sud della Francia, proprietario di un piccolo veliero chiamato “Matelot”. Con l’occupazione tedesca e le restrizioni imposte dalla commissione italo-germanica dell’armistizio, decise di tentare la fuga via mare. Partì nottetempo dal porto di Agde, ma una tempesta lo costrinse a cercare rifugio nel porto spagnolo di Palamos (Provincia di Girona). Qui iniziarono le sue disavventure: le autorità franchiste lo arrestarono con l’accusa di spionaggio e di essere al servizio dei repubblicani. Nonostante le sue proteste e i tentativi del console svizzero di Barcellona di ottenerne la liberazione, Pezzani trascorse mesi nelle carceri spagnole in condizioni disumane, dormendo sul cemento nudo e sopravvivendo con razioni misere.
Respinti. Il dramma della Famiglia Ebrea Gruenberger in fuga 1943-1944.
Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Autore), Katia Rues (Curatrice).
CHF /EUR 10.00 Insubrica Historica, 2024.
Liberato finalmente nel gennaio 1941, Pezzani tornò in Francia ma non riuscì a rientrare in Svizzera a causa della chiusura delle frontiere. Il 4 maggio 1943, la sua vita prese una svolta tragica quando due agenti della Gestapo lo arrestarono nella sua abitazione. Trasferito a Parigi, fu rinchiuso nella famigerata prigione di Fresnes, nella periferia di Parigi, dove conobbe per la prima volta l’orrore del sistema carcerario nazista. Le celle umide, l’isolamento, la fame costante e l’incertezza sul proprio destino caratterizzarono i lunghi mesi di detenzione. Durante questo periodo, tentò invano di comunicare con l’esterno e di far sapere alla famiglia della sua situazione.
Nel dicembre 1943, Pezzani fu deportato in Germania insieme ad altri prigionieri. Il viaggio in vagone bestiame attraverso la Francia e la Germania fu solo l’inizio di un calvario ancora più terribile. La prima destinazione fu il campo della Gestapo di Neue-Bremm, vicino a Saarbrücken, un luogo che lo stesso Pezzani definì “campo della morte”. Le condizioni erano disumane: i prigionieri dovevano marciare per ore intorno a un bacino d’acqua centrale, esposti al freddo e alla pioggia, vestiti solo con la divisa a righe dei condannati ai lavori forzati. La razione giornaliera consisteva in 120 grammi di pane e una brodaglia di cavoli. I maltrattamenti erano continui e sistematici, amministrati non solo dalle SS ma anche da detenuti polacchi che fungevano da kapò.

Nell’aprile 1944, Pezzani fu trasferito al campo di Sachsenhausen-Oranienburg, vicino a Berlino (vedi anche il nostro contributo sul KZ Vulkan). Qui ricevette il numero di matricola 77192 e fu classificato come “N+N” (Nacht und Nebel – Notte e Nebbia), una categoria speciale di prigionieri politici destinati a sparire senza lasciare traccia. Il campo era circondato da un complesso sistema di recinzioni elettrificate, muri alti quattro metri e torri di guardia con mitragliatrici. La routine quotidiana iniziava alle quattro del mattino con l’appello che poteva durare ore, durante le quali i prigionieri dovevano rimanere immobili al freddo. Pezzani fu assegnato a vari comandi di lavoro esterni, dove riuscì occasionalmente a procurarsi del cibo extra attraverso piccoli lavori di disegno clandestini.

La vita nel campo era caratterizzata da una violenza estrema e arbitraria. Le impiccagioni erano frequenti, spesso per infrazioni minime come il furto di un pezzo di cuoio per riparare gli zoccoli. Pezzani assistette a innumerevoli esecuzioni, notando con amarezza come i condannati accettassero la morte quasi con sollievo, come liberazione da quell’inferno. Nonostante tutto, mantenne viva la speranza, aiutato dalla solidarietà di alcuni compagni, in particolare i prigionieri norvegesi e danesi che ricevevano pacchi della Croce Rossa e condividevano il poco che avevano.

Nel marzo 1945, con l’avvicinarsi del fronte orientale, i bombardamenti alleati colpirono l’area di Oranienburg. Pezzani fu assegnato al comando che si occupava di disinnescare le bombe inesplose, un lavoro estremamente pericoloso che però offriva la possibilità di trovare cibo tra le macerie delle case distrutte.
Confine di Sangue - I fatti dei Bagni di Craveggia 18-19 ottobre 1944
Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Curatore e Autore). Vasco Gamboni, Alexander Grass, Nicola Guerini e Fiorenzo Rossinelli (Autori). CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2025.
ISBN: 978-88-3196-902-4 – Editore: Insubrica Historica Minusio
Il 21 aprile 1945, con i sovietici ormai vicini, le SS ordinarono l’evacuazione del campo. Iniziò così quella che venne chiamata la “marcia della morte”: colonne di prigionieri scheletrici costretti a camminare verso ovest senza cibo né riposo. Chi non riusciva a proseguire veniva freddato sul posto dal “sanitario” SS che portava ironicamente la croce rossa sul braccio.

Nella notte del 4 maggio 1945, dopo due settimane di marcia estenuante, Pezzani attuò il piano di fuga che aveva meditato a lungo. Insieme a due compagni francesi, Robert e Lachèvre, approfittò dell’oscurità e della confusione per sgattaiolare via dal gruppo di prigionieri e nascondersi tra i carri dei civili in fuga. La libertà, dopo due anni di prigionia, aveva un sapore indescrivibile. I tre fuggitivi si diressero verso sud, dove sapevano di poter incontrare gli Alleati. Il giorno successivo, in un villaggio già liberato, incontrarono i primi soldati americani e prigionieri di guerra russi che li accolsero fraternamente, offrendo loro cibo e persino delle biciclette per proseguire il viaggio.

Il ritorno di Pezzani fu lungo e complesso, attraversando la Germania distrutta, l’Olanda e il Belgio prima di raggiungere finalmente la Francia. Privo di documenti, dovette recarsi dal console svizzero per ottenere un nuovo passaporto che sostituisse quello confiscato dalla Gestapo due anni prima. La sua odissea si conclude con una riflessione profonda sul significato di quella terribile esperienza. Citando Roosevelt, Pezzani sottolinea come il mondo non sia abbastanza grande per permettere la coesistenza del militarismo prussiano e della morale cristiana, auspicando la distruzione definitiva del culto della violenza e dell’odio per far trionfare i valori del diritto, della ragione e dell’amore. La sua testimonianza, pubblicata nel 1946, rimane un documento prezioso per comprendere l’orrore dei campi di concentramento nazisti e la straordinaria resilienza dello spirito umano di fronte alla barbarie più assoluta.

Fino alla sua morte, Gino Pezzani diventato Zurighese di adozione dovette convivere con le terribili immagini di quanto aveva vissuto nei KZ tedeschi. Il direttore della clinica psichiatrica universitaria di Zurigo ha scritto in un rapporto che Pezzani era «un uomo distrutto, che interiormente non riusciva a superare le impressioni ricevute nel campo di concentramento».

Nel 2005 Gino Pezzani, che per diversi Zurighesi «con il suo berretto e la sua enorme sciarpa» faceva oramai parte del paesaggio urbano, decedeva all’età di 93 anni a Schlieren.