Chi oggi percorre l’autostrada A2 verso il San Gottardo scorge da lontano le tre fortezze di Bellinzona stagliarsi contro le montagne. Castelgrande, Montebello, Sasso Corbaro: tre nomi che racchiudono duemila anni di storia, di guerre, di commerci attraverso le Alpi. In questo contributo dopo aver trattato i castelli di Cannobio, Magadino, Ascona (San Michele, San Materno, Carcani, Griglioni), Locarno e Gordola, ci dedichiamo ora ai tre castelli di Locarno.
La collina di Castelgrande attirò i primi insediamenti già nel Neolitico, tra il 5500 e il 5000 a.C. Ma fu Roma a trasformare questo sperone roccioso in un presidio militare. Dopo che Augusto incorporò il Ticino nell’Impero, i Romani vi eressero un accampamento intorno all’anno 1. Del IV secolo resta un imponente muro difensivo con porta che cingeva il versante meridionale della collina – probabilmente parte di un castrum tardoromano, riparato e ampliato fino al X secolo.
La posizione era troppo strategica per essere abbandonata. Bellinzona controllava l’accesso a quattro passi alpini: Gottardo, San Bernardino, Nufenen, Lucomagno. Chi teneva quelle mura, teneva le chiavi delle Alpi.
Dopo il crollo dell’Impero, Ostrogoti e Bizantini passarono senza lasciare tracce. Diverso il discorso per i Longobardi: Gregorio di Tours racconta che nel 590 una colonna di Franchi incontrò vivace resistenza longobarda presso il castello, che compare allora per la prima volta nelle fonti come ad Bilitionem, castrum di Milano nei Campi Canini. Un gruppo di Arimanni sorvegliava da qui il flusso di persone e merci sulla via che conduceva a Coira.
Con l’avvento dei Franchi nel 774, il nucleo di Castelgrande si trasformò progressivamente in una cittadella. Quando nel 1002-1004 Bellinzona passò al vescovo di Como, Milano perse il predominio sul Sopraceneri. L’apertura del passo del San Gottardo agli inizi del Duecento diede nuovo impulso ai traffici e all’insediamento ai piedi del castello.

Nel 1242 Milano riconquistò la fortezza, ma sette anni dopo Bellinzona tornò sotto Como, entrando nel vortice delle lotte tra Guelfi e Ghibellini. Emersero allora i Rusca, ghibellini comaschi, ai quali si deve la costruzione di Montebello sulla collina orientale. Gli assedi si susseguirono nel 1284, 1292 e 1303. Quando i Rusca persero Como nel 1335, dovettero cedere ai Visconti anche Castelgrande; i nuovi signori, impressionati dalla loro tenacia, permisero tuttavia alla famiglia di conservare Montebello.
La conquista viscontea del 1340 segnò una svolta. Bellinzona divenne capoluogo dei territori alpini milanesi: i magistrati vigilavano sui funzionari di Leventina, Blenio e Riviera. I due castelli furono trasformati in fortezze statali, governate da castellani di provata fedeltà.

Nella seconda metà del Trecento venne eretta la Murata, una lunga muraglia a sbarramento dell’intera valle. Non serviva solo alla difesa: permetteva il controllo dei flussi commerciali e la riscossione del pedaggio. Le fortificazioni potevano chiudere l’intera valle grazie al controllo della strada verso il Gottardo e il San Bernardino. Un’interruzione nella cinta, dove si trovavano la torre e la porta principale, era nota come il Portone: le mura funzionavano come assi generatori della forma urbana.

Alla morte di Gian Galeazzo Visconti nel 1402 seguirono anni turbolenti. Nel 1403 i de Sacco della Mesolcina occuparono Bellinzona, mentre da nord premevano Uri e Obvaldo, divenuti padroni della Leventina. Nel 1419 il borgo fu ceduto ai due cantoni, ma nell’aprile 1422 Milano lo riconquistò, difendendolo con successo nella battaglia di Arbedo del 30 giugno. Altri scontri seguirono: Castione nel 1449, Giornico nel 1478, Crevola nel 1487. Gli Svizzeri non riuscivano a sfondare.
Fu proprio la minaccia confederata a spingere i Milanesi, nel 1479, a erigere in soli sei mesi la terza fortezza: Sasso Corbaro, 230 metri sopra la città. La Murata venne consolidata e nel 1487 Ludovico il Moro inaugurò il ponte sul Ticino.

La discesa di Carlo VIII nel 1494 aprì la crisi del ducato sforzesco. Quando Ludovico il Moro fuggì nel 1499, le truppe francesi occuparono Bellinzona. Ma l’occupazione durò pochi mesi: nei primi del 1500 un’insurrezione armata dei Bellinzonesi cacciò i Francesi. Dopo la cattura del Moro in aprile, la popolazione si sottomise alla Lega svizzera il 14 aprile 1500. Il trattato di Arona del 1503 e quello di Friburgo del 1516 sancirono il passaggio ai cantoni di Uri, Svitto e Nidvaldo, che si divisero i castelli e vi stanziarono guarnigioni di ottanta uomini ciascuna.
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Con la politica di neutralità adottata dopo Marignano, le fortezze persero rilevanza militare. Parte della Murata fu distrutta dalla Buzza di Biasca nel 1515, poi riparata. Ma il lento declino era inevitabile. L’Ottocento fu il secolo delle demolizioni: in nome del progresso si abbatterono le mura e le antiche porte, considerate ostacoli alla crescita urbana e simboli di un’antica dominazione.

Nel 1816 cadde la Porta Camminata verso Ravecchia, nel 1824 la Porta Codeborgo, nel 1847 un tratto di mura e la Porta Locarno nell’attuale piazza Governo, nel 1867 l’imponente Torre del Portone. Nel 1874, per collegare la nuova stazione ferroviaria al centro storico, fu distrutto un largo tratto della cinta meridionale.
I castelli subirono analoga sorte. Castelgrande ospitò l’arsenale cantonale e, nelle due torri, l’ergastolo. Nel 1881 il governo tentò di vendere all’asta l’intero complesso per finanziare un nuovo arsenale: non si presentò alcun compratore. Montebello, venduto a una famiglia privata nel 1815-1817, fu semplicemente abbandonato all’incuria degli uomini e all’invadenza della natura.

I primi a riconoscere il valore di quelle mura furono i viaggiatori stranieri. Percorrendo la via del Gottardo, pittori come William Turner e John Ruskin, e lo storico dell’arte Jacob Burckhardt restarono affascinati dalla visione delle cupe muraglie medievali. Il loro interesse romantico ebbe pochi riscontri locali, ma segnalava un mutamento di sensibilità: i monumenti non erano più solo le opere d’arte nelle chiese, ma anche le mura e i castelli della città.
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La rivalutazione arrivò negli ultimi decenni del secolo, grazie a figure come lo storico Emilio Motta, che nel 1878 fondò il Bollettino Storico della Svizzera Italiana, e Johann Rudolf Rahn, iniziatore della storiografia artistica svizzera e fondatore nel 1880 della Società svizzera per la protezione dei monumenti storici. Nel dicembre 1896 la Società dei commercianti di Bellinzona ottenne dal Consiglio di Stato l’uso di Sasso Corbaro: l’architetto Maurizio Conti elaborò il progetto di restauro, completato nel 1900.
L’intervento più consapevole fu quello su Montebello. Nel 1902 il Gran Consiglio decise di commemorare il centenario del Canton Ticino con il restauro del castello, ormai quasi rudere. Il progetto fu affidato all’architetto Eugen Probst, già attivo nel restauro del castello di Sargans; una commissione federale con Albert Naef, che stava dirigendo i restauri di Chillon, seguì i lavori. La commissione ticinese comprendeva Emilio Motta, Luca Beltrami – il restauratore del Castello Sforzesco di Milano – e l’architetto Augusto Guidini. Fu quest’ultimo, nel 1909, a promuovere la prima Legge cantonale sulla conservazione dei monumenti storici.

Seguirono decenni di progetti rimasti sulla carta, poi risultati concreti: nel 1963-64 Tita Carloni diresse la trasformazione degli spazi espositivi di Sasso Corbaro; nel 1971-74 gli architetti Mario Campi, Franco Pessina e Niki Piazzoli realizzarono una nuova struttura museale a Montebello.
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Il cantiere più ambizioso dovette attendere gli anni Ottanta. Tra il 1982 e il 1992, grazie a una cospicua donazione privata di Mario Della Valle, l’architetto Aurelio Galfetti diresse il restauro integrale di Castelgrande. Oggi il castello è raggiungibile attraverso un ascensore che si accede da una fessura verticale scavata nello zoccolo roccioso. Le ampie corti interne ospitano spazi museali, sale di rappresentanza e un ristorante; dalla Murata si può percorrere il camminamento panoramico superiore, mentre dalle due alte torri lo sguardo abbraccia l’intera valle.

Il 30 novembre 2000, a Cairns, il Comitato dell’UNESCO ha iscritto i Tre Castelli, la Murata e la cinta muraria nella lista del Patrimonio Mondiale, riconoscendoli come «testimonianza esemplare di struttura militare difensiva della fine del Medioevo, intesa a controllare un valico alpino strategico». La “chiusa delle Alpi” resta oggi intatta.