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Riabilitare chi ha combattuto il fascismo: una lunga attesa svizzera

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Durante la sessione primaverile 2026 il Consiglio Nazionale esaminerà il progetto di legge per la riabilitazione degli svizzeri e delle svizzere che hanno combattuto nella Resistenza italiana e nella Résistance francese. Il tema tocca direttamente il Ticino (vedi nostro precedente contributo): diversi cittadini ticinesi furono coinvolti in questi eventi, in particolare nell’Ossola, e alcuni di loro subirono procedimenti penali militari al rientro in patria. La riabilitazione arriva con ottant’anni di ritardo. Vale la pena ricostruire il percorso che ha portato fin qui.

Il contesto: la Resistenza al confine ticinese

Le province di Varese e Como erano fortemente occupate dalle forze tedesche. Varese ospitava numerosi impianti industriali con una topografia poco favorevole alla lotta partigiana; Como, dopo la caduta di Roma nel giugno 1944, era sede di diversi uffici nazisti trasferiti al nord. L’Ossola presentava invece una conformazione topografica ideale per la Resistenza: valli profonde, numerosi alpeggi e una posizione incuneata tra il Canton Vallese e il Canton Ticino, dove era possibile trovare rifugio in caso di pericolo.

Il ruolo della Svizzera fu articolato e in parte contraddittorio. Il Canton Ticino si schierò quasi compattamente con i partigiani: la popolazione aiutò con armi, denaro, vestiti e viveri; la stampa scrisse in tono favorevole alla resistenza; singoli ticinesi combatterono nelle file partigiane. Politici ticinesi visitarono nell’autunno 1944 la Repubblica partigiana, suscitando tensioni diplomatiche con la Repubblica di Salò. Allo stesso tempo, al confine svizzero venivano respinti profughi ebrei, poi deportati ad Auschwitz — come la tredicenne Liliana Segre (vedi nostro contributo). Tra il 1943 e il 1945 almeno 3500 partigiani e circa 6500 civili trovarono rifugio in Svizzera.

Il Locarnese fu attraversato da due gravi crisi umanitarie. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio italiano, tra i 5000 e i 7000 rifugiati varcarono il confine. Nell’ottobre 1944, con la caduta della Zona Libera dell’Ossola, circa 10.000 persone trovarono rifugio in Svizzera: 6500 civili, 3500 partigiani, 1500 bambini denutriti — i cosiddetti bambini del «pane bianco». Non mancarono azioni militari direttamente al confine, come il mitragliamento di Brissago dell’11 ottobre 1944.

La Repubblica partigiana dell’Ossola

Nel settembre 1944 diverse formazioni partigiane riuscirono a cacciare le truppe d’occupazione dalla regione di Domodossola e a proclamare una repubblica libera. Per circa quaranta giorni esistette un governo provvisorio democratico che realizzò risultati notevoli: la ricostituzione del servizio postale, la riorganizzazione del sistema scolastico e l’introduzione della parità politica tra uomo e donna — anni prima che le italiane potessero votare. Il 6 ottobre 1944 Gisella Floreanini fu nominata prima donna nella storia italiana a ricoprire un incarico di governo. La Repubblica cadde a metà ottobre 1944 sotto una massiccia controffensiva delle truppe d’occupazione. A differenza di altre repubbliche partigiane, quella dell’Ossola aveva una struttura prevalentemente civile.

Chi è interessato dalla riabilitazione

La riabilitazione riguarda direttamente circa una ventina di cittadini ticinesi. Da un lato, coloro che hanno combattuto nelle file partigiane: stando alle ricerche attuali, si tratta di un numero compreso tra cinque e dieci persone al massimo. Dall’altro, circa novanta cittadini che rimasero in Ticino e prestarono il loro aiuto dall’interno — prevalentemente nel Locarnese. Di questi almeno dieci, ricevettero sentenze penali da parte del tribunale militare, prevalentemente quello del Comando Territoriale 9b.

Vi sono delle eccezioni significative. Il leventinese Mario Rodoni di Biasca (1912–1979) fu uno dei protagonisti del salvataggio del Tunnel del Sempione nell’aprile 1945, preparato dai tedeschi per essere distrutto. Le persone direttamente interessate dalla riabilitazione erano nate tra il 1900 e il 1920 e sono nel frattempo tutte decedute. Quanto sappiamo oggi lo dobbiamo al lavoro degli storici, tra cui per il Ticino in modo particolare: Renata Broggini, Marino Viganò e Adriano Bazzocco.

Le pene comminate riguardavano prevalentemente il codice penale militare svizzero: dall’indebolimento della difesa nazionale allo sperpero di materiale bellico. Come nel caso di Lindo Meraldi di Ascona, condannato al risarcimento per un paio di pantaloni e scarponi militari. Le pene inflitte erano per lo più pecuniarie, ma vi furono anche detenzioni da alcuni giorni a settimane o mesi.

Il precedente: i combattenti in Spagna

Per comprendere il progetto di legge in discussione, occorre inquadrarlo nella serie di riabilitazioni parlamentari che lo hanno preceduto.

Circa 800 svizzeri combatterono nella guerra civile spagnola (1936–1939), tra i quali almeno una trentina di ticinesi e locarnesi. Al loro rientro in Svizzera, 200 combattenti — circa il 25% del totale, essenzialmente anarchici o comunisti — furono condannati a pene detentive sospese o effettive. Tra i condannati vi erano anche ticinesi che ritroviamo successivamente protagonisti in Ossola: Wladimir Rosenbaum, Luigi Martinoni, Romeo Nesa e Lindo Meraldi.

Il Parlamento svizzero li riabilitò nel 2009, con la legge federale entrata in vigore il 1° luglio 2009. La votazione fu netta: 133 voti a favore al Nazionale, 35 al Consiglio degli Stati. La stessa iniziativa parlamentare del 2006, presentata da Paul Rechsteiner, includeva originariamente anche i combattenti della Résistance — ma il Parlamento scelse di limitare la riabilitazione ai soli volontari spagnoli, adducendo l’insufficiente stato della ricerca storica sui secondi.

I volontari svizzeri nella Résistance francese

Quella lacuna storiografica fu colmata nel 2020 da Peter Huber con In der Résistance. Schweizer Freiwillige auf der Seite Frankreichs (1940–1945) (Chronos Verlag, Zurigo). Lo studio ricostruisce in chiave prosopografica il profilo di 466 volontari svizzeri, attingendo agli archivi militari di Parigi-Vincennes e al Bundesarchiv di Berna — in particolare al casellario giudiziale militare.

Circa un terzo erano ex “legionari stranieri” svizzeri che, dopo la disfatta francese del 1940, si trovarono a scegliere tra l’adesione alle Forces françaises libres di de Gaulle o l’internamento. Solo circa il 20% — una novantina di persone — risiedeva in Svizzera al momento dell’arruolamento nella Résistance: questi sono i «veri» svizzeri nel senso stretto del termine. Tra loro, una stima prudente indica 20–23 condanne da parte della giustizia militare per servizio militare straniero. Nonostante si trovassero dalla parte dei vincitori, la patria li accolse con indifferenza e il codice penale militare, all’articolo 94, non distingueva tra chi aveva combattuto per Hitler e chi aveva combattuto contro di lui.

L'Ossola in Guerra: La resistenza al confine sud della Svizzera 1943-1945

Il libro «L’Ossola in Guerra: La resistenza al confine sud della Svizzera 1943–1945» fa luce sul ruolo della Svizzera – in particolare del Ticino e del Vallese – nella lotta di resistenza al confine meridionale durante gli ultimi anni di guerra 1943–1945. Mostra come la neutralità svizzera nella pratica fu ben più di un semplice stare in disparte: attraverso l’accoglienza dei profughi e il sostegno ai partigiani nell’Ossola furono salvate migliaia di vite umane. A 80 anni di distanza, l’opera colma una lacuna nella storiografia svizzera e fornisce un importante contributo al dibattito parlamentare in corso sulla riabilitazione di quelle svizzere e quegli svizzeri che sostennero la resistenza nel Nord Italia.

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Perché le riabilitazioni arrivano tardi — e in serie

L’accumularsi di riabilitazioni parlamentari negli ultimi venticinque anni non è casuale. Dietro vi è una dinamica strutturale che si ripete.

Il fattore demografico è determinante: con il venir meno della generazione dell’Attiva (quelli che parteciparono alla mobilitazione generale) e dei testimoni diretti della Seconda guerra mondiale, si allenta la resistenza interna a una rielaborazione critica della storia. Chi aveva partecipato personalmente alla mobilitazione tendeva a percepire le riabilitazioni come una critica implicita al proprio comportamento. Questa barriera psicologica si dissolve con ogni decennio trascorso. Le riabilitazioni degli aiutanti di rifugiati (1999–2003), dei volontari spagnoli (2006–2009) e dei combattenti della Résistance (2021–2026) seguono esattamente questo schema temporale.

In ogni caso documentato, la ricerca storica ha preceduto l’azione parlamentare. La Commissione Bergier (1996–2002) ha posto le basi scientifiche per l’intero dibattito successivo. Lo studio di Huber ha direttamente innescato le iniziative parlamentari di Prezioso e Mazzone nel 2021. Senza questo lavoro accademico e pubblicistico (vedasi i contributi di Andrej Abplanalp e Raphael Rues sul Blog del Museo Nazionale), il Parlamento non avrebbe la base fattuale per legiferare.

Confine di Sangue - I fatti dei Bagni di Craveggia 18-19 ottobre 1944

Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Curatore e Autore). Vasco Gamboni, Alexander Grass, Nicola Guerini e Fiorenzo Rossinelli (Autori). CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2025.
ISBN: 978-88-3196-902-4 – Editore: Insubrica Historica Minusio

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Tutti i progetti di legge usano una formula giuridicamente analoga: le condanne erano «formalmente legittime», ma non corrispondono più «all’odierno senso di giustizia». Non si afferma che i giudici di allora abbiano sbagliato; si riconosce che l’orizzonte normativo è mutato. Chi nel 1943 combatté contro l’occupazione tedesca agiva contro il diritto penale svizzero; nella prospettiva odierna, difendeva i valori democratici.

La Svizzera non agisce nel vuoto. Francia, Germania e Spagna avevano riabilitato i propri combattenti della resistenza e i renitenti alla leva decenni prima. Il riferimento nella proposta sugli spagnoli — che la Svizzera era «uno degli ultimi Paesi» a non aver ancora compiuto questo passo — non era retorica, ma esprimeva una pressione reputazionale concreta.

Il risultato è un “muster” riconoscibile: la Svizzera agisce tardi, ma con ampio consenso. Le riabilitazioni degli aiutanti di rifugiati arrivarono sessant’anni dopo le condanne. Quelle dei volontari spagnoli, settant’anni dopo la guerra civile. I combattenti della Résistance attendono ottant’anni.

Il Memorial di Berna: stesso impulso, processo distinto

Nel 2021 il Parlamento svizzero approvò all’unanimità due mozioni per la creazione di un memoriale nazionale per le vittime del nazionalsocialismo a Berna. Il Consiglio federale stanziò nel 2023 2,5 milioni di franchi per il progetto, che prevede un luogo di commemorazione presso la Casinoterrasse — vicino al Palazzo federale — e un centro di trasmissione e collegamento a Diepoldsau (SG), orientato in particolare alla politica dei rifugiati e alle storie di fuga al confine svizzero-austriaco.

Un paltò fuori stagione. Settembre 1944 – Maggio 1945

Edizione in italiano. Di Carlo Bava (Autore), Raphael Rues (Curatore).
CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2024.

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Il Memorial e le riabilitazioni hanno avuto origine nello stesso ciclo parlamentare (2021–2026), ma rispondono a logiche distinte. Il Memorial è dedicato alle vittime del regime nazista; le riabilitazioni riguardano persone condannate da tribunali svizzeri. Sono questioni connesse, non identiche. Ciò che le accomuna è lo stesso impulso: la necessità collettiva di fare i conti con il ruolo della Svizzera nella Seconda guerra mondiale in modo critico e documentato.

Una nostra valutazione finale

La riabilitazione ex post arriva troppo tardi per le persone direttamente interessate, tutte scomparse. Ha valore simbolico e storico-politico: dice qualcosa sulla società odierna, non sulle possibilità d’azione del 1943. Proprio per questo non è irrilevante. Stabilisce un punto di riferimento normativo per le generazioni future e chiarisce cosa la Svizzera intende per valori democratici.

Per il Ticino, il progetto in discussione al Parlamento ha una risonanza particolare. La frontiera con l’Ossola non era solo una linea geografica: era il confine tra occupazione e libertà, tra persecuzione e rifugio. Le persone che aiutarono dall’interno — passando informazioni, nascondendo partigiani, fornendo materiale — non erano eroi nel senso enfatico del termine. Erano, per lo più, persone comuni che fecero scelte concrete in circostanze straordinarie. Riconoscerle, anche ottant’anni dopo, non è un gesto formale.

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