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I confini contesi e persi dal Canton Ticino: la Valle Onsernone e i trattati dimenticati

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Era il 1806 quando, a Milano, i rappresentanti della Confederazione Svizzera e del Regno d’Italia napoleonico apponevano la loro firma su un documento destinato a ridisegnare la geografia politica dell’alta Valle Onsernone. Quel trattato – il primo di tre accordi confinari tutt’ora vigenti – chiudeva un contenzioso secolare tra comunità montane che si contendevano pascoli, boschi e sorgenti termali a suon di carte bollate e, non di rado, di bastonate.

Flyer della conferenza di Marco Garbani, domenica 15 marzo 2026/17:15 Sala Patriziale Russo

Un cantone giovane al tavolo delle trattative. Per comprendere appieno il significato di quel trattato milanese, occorre inquadrarlo nel contesto politico dell’epoca. Il Canton Ticino era nato appena tre anni prima, nel 1803, per volontà di Napoleone Bonaparte e in virtù dell’Atto di Mediazione che aveva posto fine al turbolento periodo della Repubblica Elvetica. I due precedenti cantoni di Lugano e di Bellinzona – creati nel 1798 con l’emancipazione degli antichi baliaggi – erano stati fusi in un’unica entità politica, dotata di una Costituzione che istituiva quella che le fonti dell’epoca definivano una «democrazia governata»: un sistema rappresentativo fondato su elezioni indirette e un elevato censo di eleggibilità che concentrava il potere nelle mani dei notabili locali.

Il governo cantonale si strutturava attorno al Gran Consiglio, organo legislativo di 110 membri, e al Piccolo Consiglio, esecutivo composto da nove consiglieri. Per attenuare le rivalità tra le componenti regionali del nuovo cantone, era stata introdotta l’alternanza del capoluogo tra Bellinzona, Lugano e Locarno – un principio che la dice lunga sulle fragilità interne di un’entità politica ancora in fase di consolidamento. Il territorio era suddiviso in otto distretti, corrispondenti ai vecchi baliaggi, 38 circoli elettorali e circa 250 comuni, eredi diretti delle antiche vicinanze.

Monumento a Giovanni Antonio Marcacci, piazza Sant’Antonio Locarno. Fonte: Insubrica Historica

In questo quadro istituzionale ancora acerbo, una figura si rivelò centrale per le relazioni tra la giovane Svizzera cantonale e il mondo italiano: Giovanni Antonio Marcacci, locarnese, giurista formatosi tra Fulda, Friburgo in Brisgovia e Pavia. Dopo aver ricoperto ruoli di primo piano durante la Repubblica Elvetica – dal Gran Consiglio al Senato, passando per il Consiglio legislativo – Marcacci fu inviato alla Dieta federale nel 1803-1804 e, a partire dal 1804, assunse l’incarico di rappresentante diplomatico della Svizzera a Milano: dapprima come incaricato d’affari presso la Repubblica Italiana, poi con il rango di colonnello onorario nel Regno d’Italia napoleonico. Fu in questa veste che Marcacci si trovò ad operare nel contesto delle negoziazioni confinarie che riguardavano anche la Valle Onsernone. La sua influenza sulle relazioni italo-svizzere durò per decenni; tra i suoi meriti, va ricordato anche il riconoscimento dell’italiano quale terza lingua nazionale della Confederazione.

Il 1806 rappresenta dunque un anno in cui il Ticino cercava di definire la propria identità tra l’appartenenza confederale e la naturale gravitazione verso il mondo italiano – un equilibrio delicato che si rifletteva anche nelle trattative confinarie con il Regno d’Italia.

Diverse domande rimaste aperte. A oltre due secoli di distanza, quelle vicende continuano a suscitare interrogativi. La convenzione del 1806 risolse le dispute territoriali assegnando definitivamente all’Italia alcuni lembi di terra sul versante onsernonese, tra cui i celebri Bagni di Craveggia, quella piccola enclave italiana incastonata in territorio ticinese che ancora oggi si raggiunge più agevolmente da Spruga che dal versante vigezzino. Ma risolse davvero tutto? O qualcosa rimase in sospeso, sepolto tra le pieghe di atti diplomatici e verbali di commissioni confinarie?

Le terme dei Bagni di Craveggia come si presentano oggi. Fonte: Insubrica Historica.

A queste domande cercherà di rispondere l’avvocato Marco Garbani, ricercatore nel tempo libero che da anni si dedica allo studio delle vicende confinarie onsernonesi. I suoi lavori, apparsi tra l’altro sulle pagine de «La Voce Onsernonese», hanno già portato alla luce aspetti poco noti della complessa ridefinizione territoriale tra Svizzera e Italia nella parte più alta della valle. In quella zona di montagna dove i confini non seguono sempre la logica dello spartiacque, ma riflettono piuttosto equilibri politici, interessi economici e antiche consuetudini d’uso dei terreni.

L’evento è organizzato dal Museo Onsernonese, che da tempo custodisce e valorizza il patrimonio storico, etnografico e culturale della valle – dalle testimonianze dell’industria della paglia alle espressioni artistiche di figure come il pittore Carlo Agostino Meletta e lo scultore Ermenegildo Degiorgi Peverada.

Confini che raccontano storie. La questione dei confini nell’alta Valle Onsernone va ben oltre la semplice demarcazione cartografica. Perché sul versante opposto della vallata, nell’oviga, il confine tra Centovalli e Onsernone risulta spostato in territorio onsernonese? Come si spiega la singolare situazione dei Bagni di Craveggia, proprietà del comune vigezzino accessibile quasi esclusivamente dal territorio svizzero?

Dietro ciascuna di queste anomalie si cela una storia fatta di trattative, compromessi e talvolta di decisioni che ancora oggi appaiono difficili da comprendere senza conoscerne il retroscena.

L’enclave vigezzina di fatto, posta al limite della Valle Onsernone. In arancione il lembo di terreno che venne ceduto dal giovane Canton Ticino. Fonte: Swiss Topo 

Basta osservare una carta topografica della zona per rendersi conto dell’entità dell’anomalia. All’altezza di Spruga, il confine italo-svizzero abbandona la linea di cresta e scende sul versante onsernonese, creando un corridoio di territorio italiano che si incunea profondamente in terra ticinese. Questa lingua di terreno – che dalla dorsale tra la Val Vigezzo e l’Onsernone si estende verso il basso, lambendo il Pizzo Ruggia e la Cima del Sassone fino al Pizzo Ruscada – comprende i Bagni di Craveggia, le loro sorgenti termali e vasti appezzamenti di pascolo alpestre. Un’enclave di fatto, se non di diritto: dal versante italiano, per raggiungere i Bagni occorrono quattro o cinque ore di faticosa salita dalla Val Vigezzo, mentre da Spruga bastano quaranta minuti di cammino su una comoda strada. La geografia dice Svizzera; la carta politica, dal 1806, dice Italia. È il frutto di una decisione diplomatica che privilegiò i diritti d’uso storici della comunità di Craveggia rispetto alla logica dello spartiacque – una scelta che, a oltre due secoli di distanza, continua a far discutere.

Confine di Sangue - I fatti dei Bagni di Craveggia 18-19 ottobre 1944

Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Curatore e Autore). Vasco Gamboni, Alexander Grass, Nicola Guerini e Fiorenzo Rossinelli (Autori). CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2025.
ISBN: 978-88-3196-902-4 – Editore: Insubrica Historica Minusio

Più Informazioni

Quello dell’alta Valle Onsernone non è un caso isolato nella storia confinaria tra Svizzera e Italia. Una vicenda sorprendentemente simile si consumò pochi decenni più tardi attorno alla Valle Cravariola, nella vicina Valle Maggia. Anche lì un vasto territorio alpestre – geograficamente svizzero, con le acque che defluiscono verso la Valle Rovana e il comune ticinese di Campo – fu al centro di una contesa plurisecolare con le comunità ossolane di Crodo, Montecrestese e Crevoladossola, che da generazioni caricavano quegli alpeggi con il loro bestiame affrontando ore di marcia faticosa dal fondovalle italiano. La disputa, trascinatasi dal XII secolo, fu risolta solo nel 1874, quando Italia e Svizzera decisero di affidarsi a un arbitro internazionale: l’ambasciatore statunitense George Perkins Marsh. Il settantatreenne diplomatico – poliglotta, giurista ed esperto di questioni ambientali – salì fin lassù a piedi e in portantina da Crodo per esaminare il terreno conteso. Nel suo lodo, Marsh riconobbe che per ragioni di convenienza pratica la valle avrebbe dovuto essere assegnata alla Svizzera, ma in assenza dell’autorità di disporre indennizzi per i proprietari italiani, si pronunciò a favore dell’Italia sulla base dei diritti di possesso storici. Soprattutto, Marsh stabilì un principio che vale tanto per la Cravariola quanto per l’Onsernone: lo spartiacque, scrisse, non è un criterio sufficientemente riconosciuto nel diritto internazionale europeo per dirimere controversie territoriali. La consuetudine d’uso prevale sulla geografia – un principio che, come vedremo dalla conferenza di Garbani, aveva già guidato le decisioni della commissione del 1806.

Identica storia di un lembo di terreno ticinese andato perso, pochi chilometri più a nord: Valle Cravariola in Valle Maggia. In azzurro la zona che venne assegnata con una sentenza internazionale all’Italia. Fonte: Swiss Topo.

I tre trattati confinari che riguardano la Valle Onsernone – stipulati in momenti diversi a partire da quel primo accordo milanese del 1806 – hanno plasmato una frontiera che, a differenza di altri tratti del confine italo-svizzero, non è mai stata modificata da conflitti bellici. La Svizzera, con la sua neutralità permanente, ha mantenuto con l’Italia una linea di demarcazione sostanzialmente stabile, fatta eccezione per le piccole rettifiche imposte nel corso dei secoli da esigenze pratiche o, più di recente, dal ritiro dei ghiacciai.

Informazioni pratiche per la conferenza di Marco Garbani

La conferenza di Marco Garbani avrà luogo presso la Sala Patriziale di Russo. L’evento di domenica 15 marzo 2026 sarà preceduto dall’assemblea annuale del Museo Onsernonese, con inizio alle ore 16.30. La conferenza di Marco Garbani inizia alle 17:15. Al termine è previsto un rinfresco.

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