Machiavelli davanti alla soglia. La Svizzera contemporanea e il realismo vitale della politica. Nel maggio 2020, in queste stesse pagine, ci ponemmo una domanda apparentemente semplice: cosa avrebbe pensato Niccolò Machiavelli della Svizzera? All’epoca, il Segretario fiorentino rimaneva per noi una figura affascinante ma remota, una voce del Rinascimento che parlava ai principi del Cinquecento. Sei anni dopo, quella domanda risuona con una urgenza diversa. Perché il dibattito che scuote oggi la Confederazione elvetica intorno ai flussi migratori e alla sostenibilità demografica non è, in realtà, un tema puramente amministrativo. È, piuttosto, una riproposizione contemporanea dei dilemmi più profondi che Machiavelli stava già tentando di decifrare cinque secoli fa.
La polarizzazione che paralizza. Il confronto pubblico svizzero sulla proposta di fissare un limite costituzionale ai 10 milioni di abitanti rivela una frattura familiare: due visioni opposte e ugualmente parziali della realtà che aspirano ciascuna a governare con la certezza di avere ragione.

Da un lato si colloca ciò che potremmo chiamare l’idealismo universalista. Si basa su principi morali assoluti: i diritti umani, la solidarietà verso chi fugge da conflitti o miseria, una fedeltà astratta al concetto di asilo. È una prospettiva generosa, spinta da genuine preoccupazioni umanitarie. Ma fatica a confrontarsi con le spalle concrete del territorio: le infrastrutture saturi, i mercati immobiliari sotto pressione, gli ecosistemi alpini fragili, la reale capacità di integrazione di una comunità.
Dall’altro lato si staglia il suo specchio opposto: una razionalità tecnico-burocratica che crede di poter governare la complessità della realtà sociale mediante una formula matematica. Un limite rigido di 10 milioni diviene il simbolo di un controllo perfetto, come se girare una manopola demografica bastasse a fermare il corso della storia. Non è difficile riconoscervi una distorsione del pensiero machiavelliano, un «machiavellismo» dimenticato della sua sostanza, ridotto a cinismo amministrativo.
Machiavelli avrebbe compreso la necessità di ordine che ispira questa istanza. Ma avrebbe immediatamente rigettato l’illusione che una società complessa e interconnessa possa essere governata congelando le relazioni con l’esterno mediante automatismi numerici. La storia non procede in linea retta. I fiumi non si fermano perché abbiamo decretato un argine.
Lo Stato come organismo, non come macchina. La lezione più dimenticate di Machiavelli per il nostro presente risiede in una intuizione fondamentale: lo Stato non è una macchina. È un organismo vivente.
Nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Machiavelli osserva con lucidità come i conflitti civili della Roma repubblicana, in particolare la tensione tra il popolo e i grandi, non fossero patologie da eliminare, ma la linfa stessa della vitalità politica. La conflittualità strutturale, ben gestita, non indebolisce uno Stato: lo tempra, lo obbliga a generare buone leggi, lo impedisce di cristallizzarsi in forme rigide.
Trasportando questa visione al caso svizzero contemporaneo, la pressione migratoria e le ansie della popolazione residente non vanno intese come un’anomalia da risolvere per decreto. Nemmeno come un flusso da accogliere senza pensiero critico. Rappresentano, piuttosto, una polarità strutturale che la democrazia ha il compito di governare con intelligenza. La tensione tra la necessità economica di manodopera e il desiderio di protezione identitaria del territorio, tra i «grandi» dell’apparato produttivo e il «popolo» che teme la perdita di controllo, è il motore della politica ordinaria.
Pretendere di risolverla una volta per tutte, inscrivendo un numero fisso nella Costituzione, equivale a spegnere il dinamismo vitale di cui uno Stato ha bisogno. Non è conservazione: è immobilismo reazionario mascherato. E gli Stati immobili cedono sotto il peso della storia, vedi per esempio l’impero Austro-Ungarico.

La Fortuna come fiume: la Virtù come argine. Nel capitolo XXV del Principe, Machiavelli ricorre a un’immagine che parla direttamente al nostro presente:
«La fortuna è come uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano i piani, ruinano gli arbori e gli edifizi… e non di meno, cercando gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessero provedere e con ripari e con argini».
I flussi migratori contemporanei, come la globalizzazione economica, le crisi climatiche, i conflitti geopolitici che li generano, sono esattamente questa Fortuna: il caos esterno, l’evento imponderabile. Non sono un fenomeno che si controlla immobilizzandosi. Sono forze che si governano costruendo preventivamente infrastrutture, canalizzando l’energia in direzioni costruttive.
L’idealismo universalista commette un errore: assiste all’inondazione sperando nella bontà intrinseca dell’acqua. La visione tecnocratica commette l’errore opposto: immagina di poter bloccare il fiume con un’eccezione costituzionale. Entrambi gli approcci negano la realtà della Fortuna.
La terza via, quella che Machiavelli chiama Virtù, nel senso di intelligenza strategica temprata dalla realtà, richiede un compito più faticoso. Significa costruire, durante i tempi di quiete relativa, quegli argini, quei canali di scolo, quelle infrastrutture materiali e sociali che permettono di canalizzare la forza del flusso verso il benessere della comunità. Significa pianificazione di lungo termine: potenziamento dei sistemi abitativi, tutela del territorio dall’urbanizzazione incontrollata, ridistribuzione equa della ricchezza prodotta, integrazione riuscita di chi arriva.
Non è una via di sinistra né di destra. È la via dell’amministrazione consapevole della realtà.
La moralità come responsabilità. Machiavelli è spesso caricaturato come il teorico dell’immoralità politica. In realtà, propone un’etica diversa da quella del moralismo astratto. La vera moralità della politica non risiede nella purezza ideologica del governante. Risiede nella capacità di mantenere lo Stato – inteso come spazio di libertà, dignità e sicurezza per i suoi cittadini – in condizioni di salute e stabilità.
Per una democrazia come la Svizzera, questo significa ricordare che il voto sui 10 milioni di abitanti non è un tributo a una virtù civica. È un’occasione per scegliere tra tre percorsi: l’illusione della passività morale, l’illusione della macchina burocratica, oppure la fatica consapevole della Virtù.
La scelta della Virtù non risolve il problema. Lo gestisce. Richiede dibattito continuo, adattamento, revisione delle politiche quando i dati cambiano. Non promette certezze. Garantisce, piuttosto, che una democrazia resti in grado di rispondere alla storia in tempo reale.
Conclusione: la stabilità non è una diga, è una capacità. La lezione che la Svizzera (e in particoalre il Ticino) del 2026 potrebbe trarre dal Segretario fiorentino è semplice e al contempo esigente: la stabilità di una nazione non si misura dall’altezza delle sue dighe, ma dalla qualità e dalla flessibilità degli argini che la sua politica sa costruire, in sostanza dalla sua resilienza per usare un termine caro alla redazione di Insubrica Historica.
I 10 milioni di abitanti non sono un feticcio identitario da adorare, né uno spauracchio da temere. Sono un numero che, nel contesto di una società prospera e sviluppata, pone sfide concrete: abitare, lavorare, integrare, pianificare. Quelle sfide non scompaiono per decreto. La Virtù della Confederazione contemporanea riposa nella capacità di affrontarle senza scappare verso gli estremi, né verso l’utopia, né verso l’automatismo numerico.
Come osservava Machiavelli: uomini avveduti cercano di costruire argini nei tempi quieti. La Svizzera, in questo momento, non gode di tempi particolarmente quieti. Ma dispone ancora di democrazie capaci di discernimento, istituzioni competenti e, speriamo, la saggezza di ascoltare non gli slogan, bensì le lezioni della storia.