Il No al referendum costituzionale sulla magistratura, votato in Italia il 22 e 23 marzo 2026, riapre una ferita che la Repubblica italiana non ha mai rimarginato davvero. Dietro i numeri — 53,7% di contrari, affluenza quasi al 59% — c’è una domanda rimasta senza risposta da quarant’anni: chi controlla chi ha il potere di accusare?
La riforma bocciata dal voto popolare prevedeva tre pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura con introduzione del sorteggio per i suoi membri, e la creazione di un’Alta corte disciplinare autonoma. Per il governo Meloni si trattava di un impegno programmatico; per l’opposizione e per la magistratura organizzata, di un attacco all’indipendenza della giurisdizione.
La campagna referendaria è stata combattuta con inusuale intensità. Marco Pannella, storico leader radicale scomparso nel 2016, aveva combattuto per decenni questa stessa battaglia: la separazione delle carriere era uno dei suoi cavalli di battaglia sin dagli anni Ottanta, insieme alla responsabilità civile dei magistrati.
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Il referendum di marzo 2026 portava in sé quella eredità — anche se il centrodestra l’aveva fatta propria per ragioni non sempre coincidenti con quelle garantiste dei Radicali. Silvio Berlusconi, che aveva vissuto sulla propria pelle il conflitto con la magistratura milanese per oltre trent’anni, aveva anch’egli sostenuto la riforma — ma con motivazioni che i suoi avversari hanno sempre ricondotto all’interesse personale più che al principio.
Chi sosteneva il Sì ha evocato ripetutamente Enzo Tortora. Il presentatore televisivo fu arrestato nel giugno 1983, accusato di associazione camorristica sulla base delle dichiarazioni di pentiti rivelatisi inattendibili. Trascorse sette mesi in carcere preventivo, poi anni di processo. Fu eletto al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale mentre era ancora imputato — un atto di fiducia popolare che la giustizia ufficiale non rispecchiò in tempi rapidi. Assolto in appello nel 1986, morì due anni dopo, consumato dalla malattia e dall’umiliazione pubblica.

Il caso Tortora non fu un incidente. Fu il sintomo di un sistema in cui la cultura inquisitoria del pubblico ministero e quella garantista del giudice convivevano — e talvolta si sovrapponevano — all’interno delle stesse carriere e degli stessi uffici. La separazione delle carriere che il referendum avrebbe introdotto puntava esattamente a recidere questa promiscuità. Gli oppositori hanno risposto che il rischio reale è opposto: non un PM troppo potente, ma un PM troppo debole, esposto alle pressioni della politica una volta privato della protezione istituzionale del corpo unico della magistratura.

Gli italiani hanno scelto la seconda lettura. Hanno detto No alla riforma, ma non necessariamente al problema che essa intendeva risolvere.
La Svizzera non ha vissuto un caso Tortora. Le ragioni sono strutturali: le carriere di giudici e pubblici ministeri sono già separate, l’istituto del pentitismo non esiste nella forma italiana, e la cultura del contraddittorio processuale è più radicata. Ma il sistema svizzero ha i propri punti ciechi: i giudici sono eletti dai parlamenti cantonali su base partitica, e i procuratori pubblici devono spesso la loro nomina a equilibri politici piuttosto che a criteri meritoriali puri. Nel Canton Ticino, in particolare, il legame tra nomina dei magistrati e appartenenza partitica è stato oggetto di dibattito ricorrente.

È in questo contesto che due figure del Ticino si stagliano con particolare nitidezza: Carla Del Ponte e Dick Marty. Entrambi procuratori pubblici cantonali. Entrambi formatisi nella stessa piccola realtà istituzionale. Percorsi poi radicalmente divergenti.
Carla Del Ponte ha scelto la via giudiziaria in senso stretto: Procuratrice della Confederazione, poi Procuratrice del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il Ruanda. Ha perseguito Karadžić, Milošević, Mladić. Ha lavorato con gli strumenti del diritto penale, senza mandato politico. La sua forza era la casistica, la prova, il fascicolo. Il suo limite, dichiarato e vissuto, era l’impossibilità di agire là dove la volontà politica degli Stati mancava: nessun tribunale penale internazionale può emettere mandati d’arresto se i governi non li eseguono.
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Dick Marty ha intrapreso una strada diversa. Dopo anni di lavoro come procuratore in Ticino vedi per esempio il furto di armi a Ponte Brolla del novembre 1972, ha compreso che certi dossier — il traffico internazionale d’armi, le rendition della CIA in Europa, il commercio illecito di organi umani in Kosovo — non si chiudono con un’incriminazione. Richiedono una tribuna politica, immunità parlamentare, e la capacità di produrre rapporti che abbiano forza morale e politica anche in assenza di forza giudiziaria. Il Consiglio d’Europa gliel’ha fornita. I suoi rapporti sulle prigioni segrete della CIA in Europa (2006) e sul traffico di organi in Kosovo (2010) hanno cambiato il dibattito internazionale, senza che nessun imputato finisse mai in aula.

È un caso che entrambi venissero dal Ticino? In parte sì, in parte no. Il Ticino è un cantone di frontiera, bilingue nella pratica quotidiana, abituato a fare i conti con due sistemi giuridici e due culture politiche diverse. La prossimità con l’Italia — con la sua giustizia politicizzata, i suoi traffici transfrontalieri, la sua criminalità organizzata che attraversa il confine — ha formato una generazione di magistrati ticinesi con una consapevolezza che i loro colleghi di Zurigo o Berna raramente sviluppavano. Non è determinismo geografico: è che certi problemi si vedono meglio dal margine.
Dove invece esistono rischi reali per la Svizzera. Vi sono tre particolari rischi che interessano da vicino la Svizzera. Innanzitutto l’elezione popolare dei giudici. In molti cantoni i giudici sono eletti dal parlamento cantonale o direttamente dal popolo, su lista partitica. Un giudice che emette sentenze scomode rischia di non essere rieletto. È una forma di dipendenza dalla politica diversa da quella italiana, ma non meno problematica. Vi è anche il sistema delle quote partitiche. I seggi nei tribunali vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti. Un giudice deve spesso appartenere formalmente a un partito per ottenere il posto — e versare una quota del suo stipendio al partito stesso. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha criticato questo sistema più volte. Infine il lessons learned di Crans Montana. Piccoli cantoni, piccoli ambienti. In cantoni come Vallese, Ticino o Uri, la vicinanza tra magistratura, avvocatura e politica locale è strutturalmente stretta. Il rischio di pressioni informali non è trascurabile.
Retrospettiva: cosa dice davvero il risultato del 23 marzo. Il No ha vinto, ma sarebbe sbagliato leggerlo come una fiducia piena nella magistratura italiana. I sondaggi mostrano che la sfiducia nella giustizia è trasversale e profonda. Quello che gli italiani hanno respinto non è stata la diagnosi — il sistema non funziona — ma la terapia proposta da un governo percepito come parte in causa. Berlusconi aveva combattuto la stessa battaglia per trent’anni, e questo ha contaminato la proposta rendendola sospetta anche agli occhi di molti che in astratto la avrebbero sostenuta.
Marco Pannella aveva ragione sul merito: la separazione delle carriere è una garanzia di civiltà giuridica, non un attacco alla magistratura. Ma aveva torto — o almeno era troppo ottimista — nel credere che la questione potesse essere depoliticizzata. In Italia non è mai stato così. La giustizia è politica dal 1992, da quando Mani Pulite ha trasformato i PM in attori del cambiamento politico nazionale. Da allora, ogni riforma del sistema giudiziario viene letta – purtroppo – attraverso quella lente.
Il confronto svizzero è istruttivo proprio qui. In Svizzera il procuratore pubblico non è un eroe né un villain della narrazione politica nazionale. È un funzionario dello Stato con poteri precisi e limiti precisi. Quando vuole fare di più — come Marty — deve cambiare strumento, non forzare quello che ha. Questa modestia istituzionale non produce eroi mediatici, ma produce un sistema che non si presta alle strumentalizzazioni che in Italia hanno avvelenato ogni tentativo di riforma.
Quarant’anni dopo l’arresto di Tortora, l’Italia non ha ancora trovato l’equilibrio tra l’indipendenza necessaria della magistratura e il controllo democratico sul suo operato. Il referendum del marzo 2026 non l’ha risolto — lo ha rimandato. La prossima occasione, in un Paese che vota sulla giustizia ogni dieci anni, arriverà. E la domanda sarà ancora la stessa: chi controlla chi accusa?