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Ticino: terra d’asilo del neofascismo italiano degli anni settanta ?

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I lettori di Insubrica Historica si ricorderanno di come nel passato abbiamo scritto qualche contributo a riguardo della Decima Mas. Non avevamo però menzionato più di quel tanto la figura del Principe Junio Valerio Borghese e ancor meno il suo ruolo nel fallito tentativo di golpe in Italia del 1970. Molto di quanto successe toccò il Ticino. Questo contributo ricerca solo la parte “nera”, la storia verrà completata prossimamente con la presenza della parte “rossa” nel nostro Cantone.

Confine di Sangue - I fatti dei Bagni di Craveggia 18-19 ottobre 1944

Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Curatore e Autore). Vasco Gamboni, Alexander Grass, Nicola Guerini e Fiorenzo Rossinelli (Autori). CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2025.
ISBN: 978-88-3196-902-4 – Editore: Insubrica Historica Minusio

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Il golpe Borghese e la fuga in Ticino di Remo Orlandini

Una delle figura più importanti, quanto meno conosciuta nel tentativo di Golpe del 1970, fu Remo Orlandini. Emiliano nato a Villa Minozzo nel 1908, aveva militato già non più giovanissimo nella RSI. Dopo il 1945, nonostante venne condannato a morte da un tribunale partigiano, intraprese una carriera abbastanza proficua nel campo edile. Rimasto convinto fascista, entrò ben presto in contatto con Junio Valerio Borghese, del quale divenne una sorta di braccio-destro e finanziatore. Una volta fallito il tentativo, Remo Orlandini riuscì a rifugiarsi in Ticino, e sottrarsi alla giustizia italiana.

Remo Orlandini (Villa Minozzo 1908 – Roma 1992), costruttore edile emiliano, fu braccio destro e finanziatore di Junio Valerio Borghese nel tentativo di golpe del dicembre 1970. Già militante della RSI e condannato a morte in contumacia nel dopoguerra, dopo il fallimento del golpe fuggì in Ticino, poi in Spagna franchista. Arrestato a Tarragona nel 1977, fu estradato e incarcerato a Roma.
Remo Orlandini (Villa Minozzo 1908 – Roma 1992), costruttore edile emiliano, fu braccio destro e finanziatore di Junio Valerio Borghese nel tentativo di golpe del dicembre 1970. Già militante della RSI e condannato a morte in contumacia nel dopoguerra, dopo il fallimento del golpe fuggì in Ticino, poi in Spagna franchista. Arrestato a Tarragona nel 1977, fu estradato e incarcerato a Roma.Fonte: Spazio70

Visse per alcuni anni fino al 1974 dapprima a Robasacco, poi nell’alto Vedeggio, a Rivera e soprattutto a Camignolo. Affittava un modesto appartamento all’entrata del villaggio, posto in Via Béla e intestato ad un certo Binghelli (per altre fonti Binggeli), un bresciano che però viveva a Berna. Durante il suo soggiorno ricevette la visita di diverse persone, cosa che insospettì i vicini dell’Orlandini. Si mormora che fra le persone che lo visitarono vi fu anche Vito Miceli (1916-1990), ex responsabile del SID (il controspionaggio italiano). Miceli fu poi deputato alla Camera per il Movimento Sociale Italiano.

Confine di Sangue - I fatti dei Bagni di Craveggia 18-19 ottobre 1944

Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Curatore e Autore). Vasco Gamboni, Alexander Grass, Nicola Guerini e Fiorenzo Rossinelli (Autori). CHF /EUR 15.00 Insubrica Historica, 2025.
ISBN: 978-88-3196-902-4 – Editore: Insubrica Historica Minusio

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In Ticino l’Orlandini non soggiornò per molto tempo, dato che il 10 ottobre 1974 venne espulso. Orlandini continuò il suo periplo, alla volta della Spagna, in quel momento ancora fascista e governata da Francisco Franco. Non rimase a lungo in libertà, dato che il 21 dicembre 1977 venne arrestato e rinchiuso a Tarragona. Venne poi estradato in Italia e incarcerato a Roma.

Il Principe Junio Valerio Borghese e la Contessa russa Daria Vasilievna Olsoufieva Schouvalova nel giorno del loro matrimonio, 30 settembre 1931. La moglie aveva vissuto come sfollata - unitamente al figlio Paolo - dal settembre 1943 al maggio 1944 in Ossola, precisamente a Masera.
Il Principe Junio Valerio Borghese e la Contessa russa Daria Vasilievna Olsoufieva Schouvalova nel giorno del loro matrimonio, 30 settembre 1931. La moglie aveva vissuto come sfollata – unitamente al figlio Paolo – dal settembre 1943 al maggio 1944 in Ossola, precisamente a Masera.

Junio Valerio Borghese: dall’intervista TSI alla morte a Cadice

Lo stesso Junio Valerio Borghese che dopo aver fallito il Golpe del 1970 venne intervistato dalla Televisione della Svizzera Italiana (TSI). La sua presenza venne notata anche a Locarno – attorno al 1973, dove soggiornò brevemente in un albergo della regione. Borghese decedette il 26 agosto 1974 a Cadice.

La moglie di Junio Valerio Borghese, la contessa Daria Vasilievna Olsoufieva Schouvalova (1908–1998), proveniva dall’alta aristocrazia russa. Figlia del conte Vasilij Olsuf’ev e di una principessa Šuvalova, era cresciuta nell’ambiente dell’emigrazione bianca dopo la Rivoluzione del 1917. Sposò Borghese il 30 settembre 1931 a Roma, quando lui era un giovane ufficiale di marina e lei aveva ventitré anni. Dal matrimonio nacquero quattro figli, tra cui Paolo, che durante la guerra era ancora un ragazzo.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la formazione della RSI, Junio Valerio Borghese assunse il comando della Decima Flottiglia MAS, trasformandola da unità di mezzi d’assalto navali in una formazione combattente terrestre al servizio della Repubblica Sociale. Mentre il marito operava tra La Spezia e il Lazio, la contessa Daria si trovò nella condizione di molte famiglie di ufficiali dell’epoca: sfollata, lontana dal coniuge, con figli a carico e la necessità di trovare un rifugio sicuro in un’Italia sempre più devastata dai bombardamenti e dalla guerra civile.

La scelta cadde su Masera, un piccolo comune della Val d’Ossola immediatamente a sud di Domodossola. Per una famiglia come i Borghese, la zona presentava un vantaggio decisivo: nell’autunno 1943 e nei primi mesi del 1944, la Val d’Ossola era ancora saldamente in mano alle forze tedesco-fasciste. Domodossola era un nodo ferroviario di importanza strategica sull’asse del Sempione, presidiato da una guarnigione composita. Il controllo della ferrovia e della dogana era affidato alla Zollgrenzschutz, la guardia doganale tedesca, con un distaccamento relativamente esiguo ma sufficiente a garantire la sicurezza del traffico verso il valico. Unità mobili della Gendarmerie e della SS-Polizei operavano nella zona con compiti di polizia e rastrellamento, mentre le formazioni della RSI — GNR, milizia confinaria — mantenevano il presidio nei centri abitati.

In questo contesto, Masera era un luogo tranquillo. A differenza della fascia del Verbano, dove le tensioni tra occupanti e popolazione erano già acute, la parte settentrionale della valle conobbe nella prima metà del 1944 un’attività partigiana ancora sporadica e frammentaria. Le prime formazioni armate si stavano organizzando nelle valli laterali — Val Formazza, Val Vigezzo, Valle Anzasca — ma i loro nuclei erano ridotti, poco armati e privi della capacità operativa necessaria per colpire le forze di occupazione nel fondovalle. Masera, adagiata sul versante destro del Toce a pochi chilometri da Domodossola, non era zona di scontro.

La situazione era diversa sul Verbano. Nell’aprile 1944 la Decima MAS inviò il Battaglione Complementi Castagnacci a Pallanza, proprio sul lago, con compiti di presidio e contrasto della crescente attività partigiana nella fascia costiera e nella Val Grande. Ma tra Pallanza e Masera correvano quasi quaranta chilometri e due realtà operative distinte: sul lago si combatteva, nella valle alta del Toce — almeno fino all’estate — si viveva in una normalità precaria. La contessa Daria e il figlio Paolo poterono così trascorrere quei mesi in relativa sicurezza, protetti non da un privilegio formale ma dalla geografia e dalla cronologia del conflitto.

La permanenza si protrasse dal settembre 1943 al maggio 1944, dunque per circa otto mesi. Non è noto se la contessa avesse legami precedenti con la zona — possibile tramite la rete di relazioni dell’aristocrazia romana con le famiglie della buona borghesia ossolana — né quale fosse il suo alloggio preciso a Masera. Quel che è certo è che abbandonò l’Ossola prima che la situazione militare degenerasse: nell’estate 1944 l’attività partigiana si intensificò rapidamente, culminando il 10 settembre con l’insurrezione che portò alla proclamazione della Zona Libera dell’Ossola. Se Daria fosse rimasta, si sarebbe trovata — ironia della storia — nel territorio liberato dai partigiani che combattevano contro le forze del marito.

Angelo Angeli, il «bombardiere nero» a Mendrisio

Angelo Angeli, milanese, classe 1953, era conosciuto negli ambienti dell’eversione nera con il soprannome di «bombardiere nero» e, in certi ambienti, anche come «il golosone». Militante delle Squadre d’Azione Mussolini (SAM), un gruppo neofascista milanese attivo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, Angeli si era reso responsabile di una ventina di attentati incendiari contro sedi di partito e redazioni di quotidiani a Milano nel 1969, nel periodo che precedette e seguì la strage di Piazza Fontana. La sua attività non si limitava agli attentati: secondo le dichiarazioni del neofascista pentito Biagio Pitarresi, Angeli fece parte del gruppo di cinque uomini incappucciati che il 9 marzo 1973 rapirono e stuprarono l’attrice Franca Rame in Via Nirone a Milano — un crimine che, secondo le risultanze processuali, fu ispirato e successivamente festeggiato da ufficiali dei carabinieri della Divisione Pastrengo, struttura legata alla loggia P2. L’accusa cadde in prescrizione.

Ricercato in Italia, Angeli trovò rifugio in Ticino dove fu coinvolto in un complicato procedimento giudiziario. Il processo, tenutosi al Tribunale di Mendrisio nel 1974, riguardava un tentativo di estorsione e coinvolgeva altri neofascisti italiani gravitanti nell’orbita delle SAM. In attesa del giudizio, Angeli fu collocato in soggiorno obbligatorio a Lugano. Approfittando della libertà provvisoria, riuscì però a fuggire alla volta della Grecia — allora appena uscita dal regime dei colonnelli, ma ancora dotata di un apparato di sicurezza che offriva protezioni informali a elementi dell’estrema destra europea. Ad Atene si nascose sotto il falso nome di «Morosini». Fu arrestato nel marzo 1975 dalla polizia greca su segnalazione della Squadra politica della Questura di Milano, trasmessa attraverso l’Interpol. Angeli era ricercato contemporaneamente sia dalla polizia italiana che da quella svizzera.

Il soggiorno ticinese di Angeli si inseriva in un quadro più ampio. Come Rognoni, Orlandini e gli esponenti di Ordine Nuovo, Angeli utilizzò il Canton Ticino non come destinazione finale ma come piattaforma di transito: un territorio dove era possibile sottrarsi temporaneamente alla giustizia italiana, riorganizzarsi e pianificare la tappa successiva — Spagna, Grecia, Sudamerica — lungo le rotte consolidate della latitanza neofascista. La prossimità geografica, la lingua comune e l’assenza di un coordinamento investigativo efficace tra le polizie italiana e svizzera rendevano il Ticino un passaggio quasi obbligato.

La carriera criminale di Angeli non si concluse con l’episodio ticinese. Rientrato in Italia, venne indagato per gli attentati alle abitazioni dei giudici Luigi Bianchi d’Espinosa ed Emilio Alessandrini e condannato per traffico di stupefacenti. Nel 1991, con un travaso di GPL, provocò l’esplosione del palazzo di via Maroncelli a Milano, causando la morte di un sacerdote: nel covo saltato in aria fu scoperto un arsenale di armi da guerra. Fu condannato a tre anni e mezzo per omicidio colposo e detenzione di armi. Ancora nel 2021, a sessantotto anni, fu arrestato per aver incendiato un appartamento a Milano.

Angelo Angeli (Milano 1953), detto il «bombardiere nero», militante delle Squadre d'Azione Mussolini. Condannato per una ventina di attentati incendiari a Milano nel 1969, accusato dello stupro di Franca Rame nel 1973. Latitante in Ticino nel 1974, fuggì in Grecia sotto falso nome. Rientrato in Italia, fu condannato per traffico di droga, detenzione di armi da guerra e omicidio colposo.
Angelo Angeli (Milano 1953), detto il «bombardiere nero», militante delle Squadre d’Azione Mussolini. Condannato per una ventina di attentati incendiari a Milano nel 1969, accusato dello stupro di Franca Rame nel 1973. Latitante in Ticino nel 1974, fuggì in Grecia sotto falso nome. Rientrato in Italia, fu condannato per traffico di droga, detenzione di armi da guerra e omicidio colposo. Angelo Angeli in una fotografia degli anni settanta. Fonte: Corriere della Sera

Giancarlo Rognoni e l’attentato al treno Torino-Roma

Giancarlo Rognoni (Milano, 27 agosto 1945) fu il fondatore e leader de «La Fenice», uno dei gruppi neofascisti più attivi nella Milano dei primi anni Settanta. Accertato dalle sentenze come costola lombarda di Ordine Nuovo del Triveneto, il gruppo operava come struttura clandestina che progettava e realizzava attentati, procurava esplosivi di provenienza militare, forniva documenti falsificati ai latitanti e addestrava i militanti all’uso delle armi, mantenendo i contatti con le cellule eversive del Lazio, del Veneto e di Roma.

Rognoni fu coinvolto nel fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973: mezzo chilo di tritolo fu collocato su un vagone dal militante Nico Azzi, che rimase gravemente ferito nell’innesco accidentale dell’ordigno. L’attentato, se riuscito, avrebbe causato una strage paragonabile a quella dell’Italicus dell’anno seguente. Cinque giorni dopo, il 12 aprile 1973, il cosiddetto «Giovedì nero» di Milano — un corteo neofascista armato di bombe a mano, pistole e mazze ferrate — provocò la morte del poliziotto ventitreenne Antonio Marino in via Bellotti. Gli organizzatori del corteo gravitavano attorno allo stesso ambiente di Piazza San Babila in cui operava Rognoni.

Condannato in contumacia per l’attentato al treno, Rognoni si rese latitante. Nel processo successivo per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, fu accusato di essere stato il basista milanese degli ordinovisti veneti che avrebbero eseguito la strage: condannato all’ergastolo in primo grado, venne infine assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione nel 2005. La stessa sentenza confermò tuttavia che la strage fu organizzata da un gruppo eversivo di Ordine Nuovo e che gli autori godettero di protezioni istituzionali tali da impedire l’accertamento della verità.

Fu durante la latitanza che Rognoni trovò rifugio in Ticino. Vi soggiornò per oltre dodici mesi, tra il 1973 e il 1974, senza essere disturbato — un dato notevole, considerato che era ricercato con un mandato d’arresto emesso dalla magistratura ginevrina e che la polizia italiana ne aveva segnalato la fuga in Svizzera. La facilità con cui un latitante condannato per un attentato dinamitardo poteva risiedere indisturbato nel Cantone per un anno intero illustra il vuoto di coordinamento investigativo tra le autorità cantonali, federali e italiane che caratterizzò quel periodo. Rognoni lasciò infine il Ticino per la Spagna franchista, dove fu arrestato nel febbraio 1977. Fu condannato in Italia a 15 anni di reclusione per l’attentato al treno.

Antonio Braggion e la richiesta d’asilo del 1978

I fatti del 16 aprile 1975 a Milano sono inseparabili dal clima di violenza che in quelle settimane stava raggiungendo il punto di rottura. Un mese prima, il 13 marzo, il diciassettenne Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù del MSI, era stato massacrato a sprangate da un commando di Avanguardia Operaia davanti a casa sua: sarebbe morto dopo 47 giorni di agonia, il 29 aprile. In questo contesto, nel pomeriggio del 16 aprile, Antonio Braggion — ventunenne, iscritto ad Avanguardia Nazionale, militante del Fronte Universitario d’Azione Nazionale (FUAN) — si trovava in Piazza Cavour con altri due camerati a distribuire volantini.

 

Un gruppo di militanti del Movimento Studentesco, di ritorno da una manifestazione per il diritto alla casa, li riconobbe. Il servizio d’ordine dell’ultrasinistra ordinò l’attacco. Mentre i due compagni riuscirono a dileguarsi, Braggion — che aveva un impedimento fisico a una gamba — non riuscì a fuggire. Si barricò nella sua Mini Minor, ma i militanti iniziarono a sfondare i finestrini a colpi di spranga e chiave inglese. Braggion afferrò una pistola calibro 7,65 dal cassetto portadocumenti e sparò tre colpi verso l’esterno. Uno di questi raggiunse Claudio Varalli, diciassettenne di Bollate, studente e figlio di operai. Varalli morì sul colpo.

L’omicidio innescò le cosiddette «giornate di aprile»: un’ondata di violenza che in tre giorni costò la vita a quattro persone — Varalli a Milano, Tonino Miccichè a Torino (ucciso da un neofascista), Giannino Zibecchi a Milano (travolto da un mezzo dei carabinieri durante l’assalto alla sede del MSI di via Mancini) e Rodolfo Boschi a Firenze (ucciso dalla polizia). Milano fu attraversata da manifestazioni di massa, assalti a sedi del MSI e scontri di piazza che assunsero caratteri insurrezionali.

Braggion fu processato e condannato per porto abusivo d’arma e per eccesso colposo di legittima difesa, per un totale di sei anni. La qualificazione giuridica — non omicidio volontario ma eccesso colposo — riconobbe che aveva agito in una situazione di pericolo reale, pur con una reazione sproporzionata. Il procedimento si concluse con la prescrizione.

Antonio Braggion, scomparso nel 2018, figura chiave e controversa dei drammatici fatti di Piazza Cavour a Milano (1975), segnati dal clima di violenza politica degli Anni di Piombo. Fonte: destra.it
Antonio Braggion all’inizio degli anni 2000, scomparso nel 2018, figura chiave e controversa dei drammatici fatti di Piazza Cavour a Milano (1975), segnati dal clima di violenza politica degli Anni di Piombo. Fonte: destra.it

Prima e durante le vicende giudiziarie, Braggion si rese latitante. Si stabilì in Ticino per alcuni anni, e nel 1978 formalizzò una richiesta di asilo politico al Canton Ticino — un’iniziativa insolita per un neofascista italiano, che rifletteva la percezione del cantone come terra di rifugio accessibile e relativamente protetta. La richiesta non fu accolta. Braggion rientrò infine in Italia, scontò la pena residua, si laureò in giurisprudenza e intraprese la professione di avvocato a Milano. Morì il 1° settembre 2018.

Giancarlo Rognoni (Milano 1945), fondatore del gruppo neofascista «La Fenice», costola lombarda di Ordine Nuovo. Organizzatore del fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Accusato come basista nella strage di Piazza Fontana, condannato all'ergastolo in primo grado, poi definitivamente assolto nel 2005. Latitante in Ticino per oltre dodici mesi, fuggì nella Spagna franchista dove fu arrestato nel 1977.
Giancarlo Rognoni (Milano 1945), fondatore del gruppo neofascista «La Fenice», costola lombarda di Ordine Nuovo. Organizzatore del fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Accusato come basista nella strage di Piazza Fontana, condannato all’ergastolo in primo grado, poi definitivamente assolto nel 2005. Latitante in Ticino per oltre dodici mesi, fuggì nella Spagna franchista dove fu arrestato nel 1977. Giancarlo Rognoni. Fonte: 4agosto1974
Altri invece come Sandro Saccucci, esponente del Movimento Sociale Italiano, implicato nell’uccisione di un esponente del PCI durante un comizio a Sezze nel Lazio, venne nel 1976 fermato dalla Guardie di Confine elvetiche al valico di Brogeda. Stessa sorte toccò a Luigi Cavallo, ex-partigiano, ma comunque implicato nel Golpe Bianco di Edgardo Sogno, e respinto alla frontiera ticinese nel 1977 perché sprovvisto di regolare documento d’identità.
Luigi Cavallo (Torino 1921 – Roma 2003), ex partigiano monarchico, giornalista e agitatore politico. Fondatore del foglio anticomunista «Candido Nuovo», fu implicato nel cosiddetto Golpe Bianco progettato dall'ambasciatore Edgardo Sogno nel 1974. Nel 1977 tentò di entrare in Ticino ma fu respinto alla frontiera per mancanza di documenti validi, a differenza di altri neofascisti che vi avevano soggiornato indisturbati per anni.
Luigi Cavallo (Torino 1921 – Roma 2003), ex partigiano monarchico, giornalista e agitatore politico. Fondatore del foglio anticomunista «Candido Nuovo», fu implicato nel cosiddetto Golpe Bianco progettato dall’ambasciatore Edgardo Sogno nel 1974. Nel 1977 tentò di entrare in Ticino ma fu respinto alla frontiera per mancanza di documenti validi, a differenza di altri neofascisti che vi avevano soggiornato indisturbati per anni. Luigi Cavallo. Fonte: 4agosto1974

Gudrun Kiess e gli esplosivi di Brogeda (1972)

Ma il fermo e intercettazione più clamorosa la si ebbe il 20 settembre 1972. Una Mercedes targata Roma venne fermata a Brogeda, a bordo vi erano tre persone: la tedesca Gudrun Mardou Kiess, Gianni Nardi e Luciano Bruno Stèfano. Al controllo vennero rinvenuti: 12 candelotti di gelatina, 10 metri di miccia a combustione lenta, e due pistole.

Respinti. Il dramma della Famiglia Ebrea Gruenberger in fuga 1943-1944.

Edizione in italiano. Di Raphael Rues (Autore), Katia Rues (Curatrice).
CHF /EUR 10.00 Insubrica Historica, 2024.

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Nonostante ciò il terzetto venne messo a Como in libertà nel 1973. La Mardou Kiess (oppure anche Gudrun Mardou Khiess) – girò alcuni film come comparsa – per esempio Roma di Fellini – e anche alcune pellicole pornografiche – finì in Spagna. Gianni Nardi rampollo di una nobile famiglia industriale milanese – il padre era stato costruttore di aeroplani, fu il sospetto principale della “pista nera” nell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Il Nardi si uccise in circostanze mai completamente chiarite nel 1976 a Maiorca. Mentre di Luciano Bruno Stèfano non si sa molto, nato a Ravenna, ma allora domiciliato a Roma, anche se da tempo senza fissa dimora. Il padre era colonnello in pensione dell’Esercito Italiano.

Fotografie segnaletiche di Gianni Nardi e Luciano Bruno Stefano. Fonte: L´Unità

Ordine Nuovo in Svizzera: Massagrande, Bizzarri, Fachini

Ma la lista dei nominativi di golpisti e neofascisti italiani presenti o presunti trattenersi in Ticino è lunga. Per esempio Elio Massagrande, esponente di Ordine Nuovo e ufficiale paracadutista. Visse in Svizzera per diverso tempo a cavallo degli anni 1974-1976, sotto falsa identità rilasciata a un certo Vitti Vittorio domiciliato nel Canton Zurigo. Fece in seguito negli anni ottanta una carriera di rilievo nel Paraguay di Alfredo Stroessner, fino a costituire delle scuole di paracadutismo e formare la guardia del corpo del dittatore.

Elio Massagrande, ufficiale paracadutista ed esponente di Ordine Nuovo. Visse in Svizzera tra il 1974 e il 1976 sotto la falsa identità di Vittorio Vitti, con documenti intestati a un domicilio nel Canton Zurigo. Fuggito nella Spagna franchista, fu arrestato a Madrid nel febbraio 1977 insieme a Eliodoro Pomar e altri latitanti neofascisti. Riparò infine nel Paraguay del dittatore Alfredo Stroessner, dove fondò scuole di paracadutismo e formò la guardia presidenziale.
Elio Massagrande, ufficiale paracadutista ed esponente di Ordine Nuovo. Visse in Svizzera tra il 1974 e il 1976 sotto la falsa identità di Vittorio Vitti, con documenti intestati a un domicilio nel Canton Zurigo. Fuggito nella Spagna franchista, fu arrestato a Madrid nel febbraio 1977 insieme a Eliodoro Pomar e altri latitanti neofascisti. Riparò infine nel Paraguay del dittatore Alfredo Stroessner, dove fondò scuole di paracadutismo e formò la guardia presidenziale.

Claudio Bizzarri era un ulteriore esponente fascista di Ordine Nuovo, condannato nel 1970 in Italia a tre anni di reclusione per costituzione di un partito fascista. Anch’egli soggiornò per più tempo in Svizzera.

Massimiliano Fachini altro esponente spicco di Ordine Nuovo. Terrorista italiano venne indagato per la strage di Piazza Fontana e di Bologna, venendo poi assolto. Il Fachini, risiedente a Brescia, venne fermato nel 1976 al valico di Brogeda, dopo che aveva cercato di trafugare in Svizzera delle opere d’arte destinate al fascista bresciano Marcello Mainardi, classe 1928 ex combattente della RSI. Marcello Mainardi – ex esponente fascista e fondatore a Brescia del Comitato di Riscossa Nazionale – risiedeva a Bellinzona in Via Canonico Ghiringhelli, si trasferì più tardi verso il 1978 a Roveredo (Grigioni), insegnava in un collegio privato.

Eliodoro Pomar e il piano dell’attacco radioattivo

L’ingegnere Eliodoro Pomar, siciliano di nascita ma varesino d’adozione, rappresenta forse la figura più inquietante tra i neofascisti transitati per il Ticino. Non era un picchiatore di strada né un militante di periferia: era un fisico nucleare con incarichi di rilievo presso il Centro Euratom di Ispra, il principale laboratorio di ricerca nucleare della Comunità Europea, situato sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, a meno di trenta chilometri dal confine ticinese.

Pomar era un dirigente del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese e fu coinvolto nelle indagini sul tentativo di colpo di Stato del 7-8 dicembre 1970. Il suo ruolo non era marginale: nelle riunioni del «direttorio nero» Pomar era il cervello tecnico, l’uomo che si occupava degli aspetti operativi e dell’ingegneria delle operazioni eversive. Aveva messo a disposizione strutture del Centro Euratom di Ispra per il deposito di armi pesanti — mitragliatrici provenienti dall’estero, probabilmente dal Belgio attraverso canali dell’Alleanza Atlantica — destinate al golpe del 1970. La sua competenza nucleare lo rendeva un elemento strategico senza equivalenti nella galassia dell’eversione nera.

Le accuse emerse nelle indagini successive furono di una gravità estrema. Secondo le ricostruzioni del giudice istruttore Guido Salvini e le dichiarazioni di testimoni interni all’organizzazione, Pomar progettò la contaminazione radioattiva dell’Acquedotto del Peschiera, la principale fonte di approvvigionamento idrico di Roma. L’attacco avrebbe provocato un’emergenza sanitaria di dimensioni catastrofiche, creando il panico necessario a giustificare l’intervento dell’esercito e l’instaurazione di un governo militare. Nella sua abitazione a Buguggiate, nel Varesotto, fu rinvenuta una valigetta ventiquattrore corazzata, adattata al trasporto di materiale radioattivo custodito nella centrale di Ispra. Pomar fu anche accusato di aver diretto personalmente un laboratorio clandestino per la fabbricazione e la manutenzione di armi.

Prima di fuggire in Spagna, Pomar utilizzò il Ticino come base intermedia. Nel periodo compreso tra il giugno 1973 e l’ottobre 1974, risiedette a più riprese a Ronco sopra Ascona, il villaggio panoramico affacciato sul Lago Maggiore che da tempo attirava artisti e intellettuali — un ambiente che difficilmente avrebbe potuto immaginare di ospitare il progettista di un attacco radioattivo. La vicinanza con Ispra rendeva gli spostamenti agevoli: bastava attraversare il confine per trovarsi nel raggio d’azione del centro nucleare.

Nell’ottobre 1974 Pomar lasciò definitivamente la Svizzera per la Spagna, dove raggiunse la comunità dei latitanti neofascisti italiani che si era consolidata a Madrid sotto la protezione residua del regime franchista. In Spagna si ritrovò con gli stessi uomini che avevano frequentato il Ticino: Remo Orlandini, Elio Massagrande, Giancarlo Rognoni. Nel febbraio 1977, due anni dopo la morte di Franco, quando le protezioni del vecchio regime si stavano dissolvendo, Pomar fu arrestato dalla polizia spagnola insieme a Massagrande e ad altri latitanti italiani.

L’aspetto più significativo della vicenda Pomar, dal punto di vista ticinese, non è tanto la sua presenza a Ronco sopra Ascona — che si inserisce nel quadro più ampio della latitanza neofascista nel Cantone — quanto la sua prossimità operativa con il Centro Euratom di Ispra. Un uomo accusato di progettare un attacco radioattivo risiedeva a pochi chilometri dalla struttura da cui intendeva prelevare il materiale necessario, con il confine internazionale come unica separazione. La frontiera che avrebbe dovuto costituire una barriera era in realtà un vantaggio logistico: il Ticino offriva un domicilio sicuro al di fuori della giurisdizione italiana, mantenendo al contempo la vicinanza fisica con gli obiettivi e le risorse dell’eversione.

Il Ticino come santuario: una vulnerabilità strutturale di allora

La presenza neofascista documentata in questo articolo non fu un fenomeno isolato. Negli stessi anni in cui Orlandini soggiornava a Camignolo, Rognoni si nascondeva indisturbato per dodici mesi nel cantone e Pomar progettava attacchi radioattivi dal suo rifugio a Ronco sopra Ascona, il Ticino fungeva da base logistica anche per l’estremo opposto dello spettro politico. Come documentato in un nostro contributo dedicato, gruppi anarchici e della sinistra extraparlamentare utilizzarono il cantone come arsenale e via di transito per esplosivi e armi destinate alla lotta armata in Italia. La frontiera ticinese non era permeabile solo da destra: lo era da ogni direzione.

Questa doppia funzione — terra d’asilo (per abusare di Renata Broggini) per i golpisti di Ordine Nuovo e contemporaneamente corridoio logistico per l’eversione di sinistra — rivela una vulnerabilità che non era accidentale ma strutturale. La polizia cantonale ticinese, dimensionata per un cantone di poco più di 250 000 abitanti, non disponeva degli strumenti investigativi né delle risorse umane necessarie per monitorare una rete internazionale di latitanti, contrabbandieri d’armi e agenti dei servizi segreti. Non esisteva un’unità di intelligence cantonale paragonabile a quelle dei cantoni maggiori. I controlli di frontiera, per quanto frequenti, si concentravano sul contrabbando commerciale — sigarette, merci, valuta — e non sulla sorveglianza politica. Un Remo Orlandini poteva affittare un appartamento a Camignolo sotto nome altrui e viverci per anni senza essere identificato.

La Polizia federale, da parte sua, aveva competenze limitate e una presenza episodica nel cantone. Il coordinamento tra Berna e Bellinzona era lento, burocratico, e viziato da una comunicazione insufficiente con le autorità italiane. I mandati d’arresto internazionali venivano trasmessi attraverso canali che impiegavano settimane, quando non mesi, per produrre effetti operativi. Il caso Rognoni è emblematico: ricercato con mandato d’arresto dalla magistratura ginevrina, soggiornò per oltre un anno nel cantone senza essere disturbato, a meno di cento chilometri dalla sede della polizia che lo cercava.

A questa debolezza operativa si aggiunse, negli anni successivi, un cedimento istituzionale ai vertici stessi della giustizia ticinese. Lo scandalo Ticinogate, esploso nel 2000, portò alla destituzione e all’arresto del presidente del Tribunale penale cantonale Franco Verda, accusato di corruzione passiva, ripetuta violazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento per i suoi rapporti con Gerardo Cuomo, presunto boss del contrabbando di sigarette napoletano che aveva scelto Lugano come base operativa. Verda aveva interceduto per procurargli il permesso di soggiorno e aveva ricevuto da Cuomo 350 000 franchi, definiti dal contrabbandiere una semplice «regalia». Fu una prima assoluta per la Svizzera: mai prima un cantone aveva messo un proprio giudice sul banco degli imputati fino a procedere al suo arresto. Lo scandalo illuminò con crudezza una realtà che gli episodi degli anni Settanta avevano già prefigurato: la stessa porosità della frontiera che permetteva ai latitanti politici di nascondersi nel cantone facilitava anche le reti del crimine organizzato, e queste reti, a differenza dei golpisti, avevano i mezzi per corrompere le istituzioni dall’interno.

Il Ticino degli anni Sessanta e Settanta non fu dunque un complice consapevole dell’eversione. Fu piuttosto un cantone la cui posizione geografica, la cui dimensione istituzionale e la cui prossimità linguistica e culturale con l’Italia lo resero strutturalmente vulnerabile a chiunque avesse bisogno di un santuario temporaneo — che fosse un neofascista in fuga dalla magistratura romana, un anarchico in transito verso Milano con un carico di esplosivi, o un contrabbandiere napoletano in cerca di un giudice compiacente. Il filo che collega Orlandini a Camignolo, Pomar a Ronco sopra Ascona, Cuomo a Lugano e Verda al suo tribunale non è ideologico: è geografico, istituzionale e, in ultima analisi, sistemico.

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