Uno degli aspetti più interessanti nella ricerca storica, è quello di scoprire sempre nuovi particolari inediti. Visto che Insubrica Historica si dedica principalmente alla storia elvetica e della regio insubrica, scoprire dettagli storici poco conosciuti diventa difficile, ma non impossibile. Vi presentiamo in questo contributo il ritratto di Ingeborg “Inge” Maria Contessa von Bernstorff, nata Christensen. Più conosciuta per essere la seconda moglie di Karl Wolff, protagonista di Operation Sunrise. Una storia particolare nei vertici del nazismo, con un finale naturalmente tutto elvetico.
La storia di Ingeborg “Inge” Maria Gräfin von Bernstorff (1904-1983), nata Christensen, è molto legata a quella del secondo marito, il generale delle SS Karl Wolff. Non vi sono purtroppo molte informazioni su Inge. Sappiamo che la storia di amore con Karl Wolff ebbe inizio già nel 1936, quando Wolff – già sposato – si innamorò della vedova Ingeborg “Inge” Maria Contessa von Bernstorff, nata Christensen.

Ingeborg all’età di 32 anni si era già sposata due volte. Dapprima con Richard Michael, architetto, nel 1925, poi nel 1928 con il Landrat Dr. jur. Heinrich Eduard Eberhard Hieronymus Conte von Bernstorff. Il conte era nato il 25 aprile 1891 a Berlino, ed era deceduto il 15 aprile 1935 a Monaco. Inge da questo matrimonio ebbe il figlio Andreas Victor von Bernstorff (1929-1997).

Il 20 agosto 1923, Wolff aveva sposato nella sua città natale a Darmstadt Frieda Ludwiga Elsa von Römhild (nata il 30 giugno 1901 a Darmstadt; morta l’11 aprile 1988 a Monaco di Baviera). Frida era figlia di Gustav von Römheld, capo del gabinetto del Granduca d’Assia e del Reno (Kabinettschef des Grossherzogs von Hessen und bei Rhein), e di Elsa, nata Knöckel. Dal matrimonio con Frida era nate tre figlie e un figloo: Irene (1930), Dora, Helga Lili (1934-2013), e Thorisman Heinrich Karl Reinhard (1936).
Wolff in questa particolare situazione era riuscito a fare comunque una fenomenale carriera all’interno dell’apparato nazista. Il suo ruolo era principalmente di persona di collegamento fra Adolf Hitler e Heinrich Himmler. Wolff copriva anche la carica di assistente di Himmler, da lui scherzosamente chiamato “Wolfchen”, piccolo lupetto. Una posizione di prestigio, aiutata sicuramente anche dall’aspetto fisico di Karl Wolff. La sua altezza, i capelli biondi e gli occhi azzurri, ne facevano il prototipo della razzia ariana tanto ambita dai dui gerarchi nazisti.

Sappiamo che la convivenza di Karl Wolff all’interno dell’apparato nazista non fu facile. Vi furono diversi conflitti con Heynrich Heydrich. Il quale per molto tempo occupo la terza posizione nel partito nazionalsocialista, dopo Hitler e Heydrich. Il famigerato Heydrich, assassinato a Praga nel maggio 1942, conosciuto anche con l’acronimo HHhH ovvero “Himmler Hirn heisst Heydrich” (in italiano: il cervello di Himmler si chiama Heydrich).
Nonostante la scomparsa di Heydrich la carriera di Karl Wolff ebbe pochi mesi dopo un notevole colpo d’arresto. Himmler, che riteneva che la famiglia fosse il nucleo delle SS, aveva negato per anni a Wolff il permesso di divorziare. Wolff persa la pazienza si era rivolto direttamente a Hitler, il quale aveva concesso il divorzio nel marzo 1943. Il 9 marzo 1943, tre giorni dopo aver divorziato, Wolff aveva sposato Inge. Inge e Karl Wolff ebbero un primo figlio, Widukind Thorsun (nato il 23 dicembre 1937; fuori dal matrimonio), mentre Wolff era ancora sposato con la prima moglie. Un secondo figlio Hartmut era nato più tardi, quando furono ufficialmente sposati.
La carriera di Wolff ebbe ancor più successo quando nell’autunno 1943 venne trasferito in Italia. A partire dal 8 settembre 1943, buona parte della penisola era stata occupata dei tedeschi. Wolff venne nominato dapprima come persona di contatto fra la Repubblica Sociale Italiana (RSI) e il Terzo Reich. Con il passare dei mesi la sua sfera d’influenza aumentò. Dapprima nella gestione della lotta antipartigiana nell’Italia del Nord, e dall’estate 1944 come plenipotenziario delle SS e Wehrmacht in Italia.

Karl Wolff – comandante anche della SS-Polizei in Ossola – ebbe un legamo molto intenso con il Ticino e con la Svizzera. Durante il conflitto, in particolare dal gennaio 1945, fece più volte visite a Chiasso e Lugano. Il weekend del 18-19 marzo 1945 lo passò addirittura ad Ascona. La missione di Wolff erano la trattativa di resa per l’esercito tedesco in Italia. Resa incondizionata, firmata a Caserta il 29 aprile 1945. L’operazione, conosciuta con il nome di Sunrise, si svolse appunto nella sua fase cruciale ad Ascona, in due luoghi particolari: Via Signore in Croce e l’attuale ristorante “La Casetta“.

Wolff tenne uno stretto rapporto con le persone protagoniste dell’Operation Sunrise. Con l’allora Max Waibel, responsabile dei servizi d’informazione dell’Esercito Elvetico e con Allen Dulles, rappresentante in Svizzera del Office of Secret Service. Tale organizzazione diventò nel dopoguerra il Central Intelligence Office, e Allen Dulles, anche lui più volte presente ad Ascona, ne divenne il primo direttore.

Non vi sono molte informazioni sulla moglie Inge. Sappiamo che Wolff per un certo periodo riusci a visitare la Svizzera – in particolare Ascona e Lucerna – senza problemi, nonostante nel frattempo venne processato e passò circa 9 anni in detenzione. Wolff pur essendo il numero tre nella gerarchia nazista, se la cavò troppo bene. Comparve a ai processi di Norimberga solo come testimone, e non venne mai giudicato per il suo ruolo nella Shoah.

Non è chiaro che cosa spinse la moglia Inge a passare gli ultimi anni della sua vita nel piccolo comune di Grabs, nel Canton San Gallo. Inge decedette il 7 dicembre 1983. Karl Wolff a sua volta non visse per lungo tempo, tanto che spirò pochi mesi più tardi, il 15 luglio 1983 a Prien am Chiemsee, poco distante da Monaco. Della famiglia Wolff rimane ancora in vita il figlio Widukind.

Il fatto che Karl Wolff abbia chiamato suo figlio Widukind ha anche un connotato molto storico. Vitichindo (730-810), noto anche come Widukind, fu il principale leader della resistenza sassone contro l’espansione dell’Impero carolingio nel tardo VIII secolo. Nato in Vestfalia, emerse come simbolo della difesa dell’identità pagana sassone contro la cristianizzazione forzata imposta da Carlo Magno.

Quando l’imperatore franco avviò la campagna contro i Sassoni nel 772, distruggendo il santuario sacro dell’Irminsul, molti capi tribali si sottomisero, ma Vitichindo si oppose fermamente. Nel 777, mentre Carlo Magno consolidava il controllo sulla Sassonia a Paderborn, il condottiero sassone trovò rifugio presso il re Sigfred di Danimarca.
L’anno seguente, approfittando dell’assenza di Carlo Magno impegnato nella spedizione iberica di Roncisvalle, Vitichindo guidò una nuova insurrezione. Il momento culminante della sua resistenza avvenne nel 782, quando inflisse una pesante sconfitta alle truppe franche presso le montagne del Süntel. La rappresaglia di Carlo Magno fu spietata: circa 4.500 prigionieri sassoni furono massacrati a Verden.
Dopo anni di guerra devastante, nel 785 Vitichindo si arrese e accettò il battesimo cristiano ad Attigny, con Carlo Magno come padrino. Questa conversione segnò simbolicamente l’inizio della cristianizzazione dell’intero popolo sassone. Dopo questo evento, Vitichindo scomparve quasi completamente dalle cronache ufficiali, probabilmente trascorrendo gli ultimi anni lontano dalla scena politica.

Morì il 7 gennaio 810 a Enger (Renania Settentrionale-Vestfalia), dove una tomba medievale nella collegiata locale è stata tradizionalmente associata alla sua figura, sebbene studi archeologici abbiano dimostrato che il monumento sia di epoca posteriore.
Nel XIX secolo, durante l’affermazione del nazionalismo tedesco, Vitichindo fu riscoperto e celebrato come eroe della resistenza germanica, diventando un simbolo della lotta per l’indipendenza politica e religiosa. Da qui probabilmente la scelta di Karl Wolff di chiamare suo figlio Widukind.