L’11 agosto 2026, al Cimitero di Locarno, quattro interventi hanno ricordato la riabilitazione delle persone condannate per aver sostenuto la Resistenza.
- Daria Lepori — Esistere o Resistere
- Luca Comandini — Ricordo della nonna Maria Comandini
- Marina Carobbio-Guscetti — Saluto della Presidente
- Pietro Majno-Hurst — Intervento a nome dell’Associazione Memoria
Ruth Dreifuss, Simone Gianini, Daria Lepori, Marina Carobbio-Guscetti, Luca Comandini e Pietro Majno-Hurst hanno intrecciato riflessione civile, testimonianza familiare e memoria istituzionale, richiamando il contributo ticinese alla Resistenza francese e italiana.

Esistere o resistere: il discorso di Daria Lepori
Nutro profonda ammirazione per le persone di cui oggi restauriamo la memoria. Hanno saputo far fronte a prove fisiche e psicologiche, hanno stabilito priorità chiare, operato rinunce dolorose e difeso i loro valori, mettendo sempre il «noi» davanti all’«io».
Queste persone, a un certo punto della loro vita, hanno smesso di «semplicemente» esistere e hanno iniziato a resistere.
Semanticamente, ciò che differenzia «esistere» da «resistere», «esistenza» da «resistenza», è solo una lettera: la R. Ma storicamente e politicamente, la distanza è abissale. Il dopoguerra si è costruito sulle fondamenta delle loro azioni e del loro impegno. Pur avendo dovuto fare i conti con la violenza – un aspetto che rende ancora oggi pesante la rievocazione di quel periodo – hanno permesso il ritorno al dialogo in Europa e la costruzione di una pace di lungo periodo.
Anatomicamente parlando, erano donne e uomini come noi. Anche sociologicamente, non vi erano differenze: provenivano da famiglie più o meno benestanti, erano liberi professioniste o impiegati, medici o infermieri, giovani o anziani, vedovi o nubili. Statisticamente parlando, avremmo potuto essere – io, lei, tu, voi – uno o una di loro.
E infatti, mi sono chiesta spesso: io sarei stata una di loro?
Tuttavia, questa non è la domanda che dobbiamo porci oggi. Non per me, non per noi che crediamo nella solidarietà, nella pace, nel dialogo e nella giustizia. Non per chi crede che la guerra e la sopraffazione non avranno l’ultima parola.
La domanda oggi, quella appropriata e urgente, è un’altra:
Io esisto o resisto?
La mia è una semplice esistenza o sto opponendo una resistenza sempre più necessaria?
Sì, perché oggi dobbiamo resistere.
Esistono molti modi per farlo e, per fortuna, per il momento non richiedono l’uso della violenza.
Possiamo resistere difendendo, nelle parole, nelle azioni e in ogni testo scritto, attraverso tutti i canali a nostra disposizione, i nostri valori di giustizia e solidarietà. Dobbiamo difendere la democrazia e le sue istituzioni.
Possiamo promulgare leggi.
Possiamo operare piccole ma significative rinunce.
Possiamo fare obiezione di coscienza.
Possiamo gridare forte che «il re è nudo».
Possiamo accogliere gli stranieri.
Possiamo tenere le distanze dagli algoritmi che ci manipolano.
Possiamo prenderci cura dei giovani.
Possiamo difendere l’ambiente.
Questi, pur non essendo gesti spettacolari, sono veri gesti di resistenza. Sta a noi compierli.
Lo dobbiamo alle donne e agli uomini che ricordiamo oggi.
E lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi.

Maria Comandini: la testimonianza di Luca Comandini
La mia nonna materna Maria era romagnola, come il marito Alfredo, ma si sentiva profondamente svizzera, anche se non lo era sulla carta, soprattutto per l’ospitalità ricevuta e la libertà respirata sin da metà anni 20’ del secolo scorso, quando con la famiglia era sfuggita al fascismo e si era rifugiata nel nostro cantone, prima a Chiasso e poi a Locarno, in Città Vecchia. Ha avuto 6 figli, ma solo 4 sono sopravvissuti, mio padre Gaetano, Laura, Esther e Vera, ancora vivente.
Era una donna dalla presenza molto discreta, e anche riservata, soprattutto riguardo alla sua vita privata, che però non si tirava indietro, se qualcuno aveva bisogno di aiuto o di conforto, e anche determinata nelle decisioni e nel portare a compimento un’idea, un progetto.
Ricordo, come fossero ieri, i momenti passati con lei da piccolino nella casa in piazza Sant’Antonio, dove ora c’è la pasticceria Marnin, nell’appartamento all’ultimo piano, sul davanzale della veranda a guardare i movimenti nella piazza, i pranzi con la sua pizza, quella classica, vera, o i tortelli fatti in casa, rigorosamente a mano, ancora oggi ineguagliati, o quando mi veniva a prendere all’asilo in Piazza San Francesco, e gli incontri alla Casa San Carlo, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, perché non voleva essere di peso alle figlie. Ci andavo volentieri anche perché era piacevole conversare con lei, anche se gli ultimi anni eravamo sovente in compagnia dell’amato Fabrizio Frizzi, dall’altra parte dello schermo.
Però, malgrado tutti questi frequenti momenti assieme a lei, non ho mai saputo della condanna subìta per aver aiutato i partigiani dell’Ossola, rifugiatisi in Svizzera per sfuggire alle vendette dei soldati tedeschi e dei collaborazionisti fascisti. L’ho saputo grazie alle ricerche del Dottor Raphael Reuss, che ringrazio di cuore, anche a nome di mio fratello e dei miei cugini.
Mi raccontava di aver ospitato in casa dei partigiani e degli esuli italiani, in particolare romagnoli, e quello che aveva fatto per loro, aiutandoli anche finanziariamente, nonostante la situazione economica precaria della famiglia. Sapevo che tra questi c’era anche mio zio Battista “Tino” Bramini, il quale, in quelle tragiche circostanze, conobbe mia zia Esther, e che il più famoso degli ospiti fu Umberto Terraccini, poi divenuto, dopo la guerra, presidente dell’Assemblea Costituente. Sapevo che mio padre partecipava al loro trasporto guidandoli di notte dall’alta valle Onsernone all’ospedale La Carità e che le mie zie aiutavano mia nonna nell’assistere questi combattenti per la libertà. Mio padre mi aveva portato una volta ai Bagni di Craveggia da adolescente e queste vicende mi avevano appassionato e inorgoglito per quanto fatto dalla mia famiglia paterna durante quei difficili anni.
Ma appunto, come detto, non sono mai venuto a conoscenza della condanna penale a una multa di 50– CHF, che allora era una bella cifra, nè da lei, nè da mio padre (neanche mia madre ne era a conoscenza, altrimenti me lo avrebbe rivelato). Grande discrezione? Vergogna di una persona profondamente onesta per una forte multa, anche se ritenuta ingiusta? Desiderio di cancellare un brutto ricordo? Non lo sapremo mai.
In ogni caso cara Nonna, anche se un po’ tardi, questo momento ti rende onore e riabilita te e gli altri che come te sono stati condannati ingiustamente per quello che avete fatto, per i sacrifici compiuti nel contribuire a rendere il tuo paese di origine migliore e a farvi trionfare la libertà e la giustizia.
Grazie, grazie con tutto il cuore, cara Nonnina.

Il saluto di Marina Carobbio-Guscetti a Locarno
Gentile signora Dreifuss, già Consigliera federale,
Gentile signor Gianini, Consigliere nazionale,
Gentile signora Lepori, Presidente del Gran Consiglio Ticino,
Gentile dottor Majno-Hurst e gentili rappresentanti del Gruppo Memoria 1943-45,
Gentili familiari di Maria Comandini,
Gentili professoresse e professori, storiche e storici,
Gentili Signore e Signori,
è un grande piacere portarvi il mio saluto nella duplice veste di presidente del Consiglio di Stato e di direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.
Desidero ringraziare il Gruppo Memoria 1943-45 per l’impegno con cui ha organizzato e promosso questa giornata di riflessione, che fa seguito ad altri importanti momenti commemorativi.
Ci troviamo in un luogo che custodisce la memoria di tante vite. Un luogo che invita al ricordo e, insieme, alla riflessione. Perché ricordare non significa soltanto guardare al passato. Significa interrogarsi sui valori che ci guidano nel presente e che vogliamo trasmettere alle nuove generazioni. È proprio questo il senso della commemorazione che ci riunisce.
Oggi rendiamo omaggio a cittadine e cittadini svizzeri che sostennero la Resistenza francese e italiana. Donne e uomini che, in uno dei momenti più drammatici della storia, decisero di non restare indifferenti di fronte all’oppressione, guidati dalla convinzione che la libertà e la dignità umana fossero valori da difendere.
Al termine della guerra, però, alcuni di loro vennero condannati sulla base della legislazione allora vigente. Lo scorso mese di giugno, con la decisione adottata dal Parlamento federale, il nostro Paese ha scelto di riconoscere ufficialmente il valore delle donne e degli uomini condannanti per aver sostenuto la Resistenza. È un gesto che rende infine giustizia a queste persone e che, al tempo stesso, testimonia l’importanza di confrontarsi con il proprio passato in maniera responsabile.
È un gesto che fa seguito ad altri gesti simili. Altro – ricordiamoci – resta tuttavia da fare nei confronti del passato. La Svizzera – che aiuta da tempo Paesi passati attraverso gravi conflitti ad elaborare quanto vissuto attraverso la ricerca della verità, della giustizia, della riparazione e di garanzie di non ripetizione –, e l’Occidente in generale, può a sua volta fare importanti, ulteriori passi di analisi e di confronto sui propri trascorsi. E, permettetemi, anche sul presente. Per guardare con dignità a se stessa, al mondo e al futuro.
Il messaggio che ci consegnano le donne e gli uomini che onoriamo oggi conserva infatti tutta la sua attualità e ci ricorda il valore della pace e della responsabilità verso gli altri, soprattutto in un tempo in cui guerre e violenze; attacchi al diritto internazionale, allo Stato di diritto e ai diritti umani, discorsi d’odio e intolleranze continuano ad avere ripercussioni sulla vita di milioni di persone, cambiandone talvolta il corso.
Desidero rivolgere un pensiero particolare alla famiglia di Maria Comandini, oggi qui presente, e ringraziarla sentitamente per aver scelto di condividere con noi la sua testimonianza. Per il nostro Cantone, come per tutti i cantoni di frontiera, questa condivisione e questa commemorazione hanno un significato ancora più forte.
Il Ticino è stato – ed è attualmente – terra di confine, di passaggio e di incontro. In questo territorio durante gli anni della guerra, molte persone hanno scelto di tendere una mano accogliendo chi fuggiva dalle persecuzioni. Questi fatti meritano di essere conosciuti e raccontati. Vanno tuttavia anche imitati, fatti nostri, ripetuti: di fronte ai conflitti che imperversano ancora, di fronte a un clima di disprezzo e di denigrazione, di fronte a chi chiede ospitalità e rifugio.
Come direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport sento particolarmente forte l’esigenza di ricordare quanto sia importante investire sulla memoria storica. Una memoria che ha continuamente bisogno di essere studiata, approfondita, condivisa, tenuta viva.
La scuola – che in Ticino ho l’onore di dirigere –ha il compito, ne sono convinta, di offrire alle giovani e ai giovani gli strumenti per comprendere il passato e sviluppare, al tempo stesso, senso critico e responsabilità civile. E ritrovare in modo comunitario quell’umanità che sembra talvolta perduta.
La memoria è sì alimentata da ricerche, documenti, date, simboli. Ma vive anche nella Storia e nelle storie che continuiamo a raccontare. Diffonderla e valorizzarla permette di non dimenticare, di rendere onore al coraggio di chi ci ha preceduti e, al tempo stesso, ci guida nella costruzione di una società per davvero democratica e rispettosa della dignità di ogni persona. È questo l’impegno che dobbiamo oggi assumere e tramandare.
Vi ringrazio di cuore.
Pietro Majno-Hurst: il valore della memoria
Stimate Autorità,
Care Amiche, Cari Amici,
Mi è stato chiesto spiegare, a nome del nostro gruppo, perché questo progetto ci è stato a cuore, e perché continuerà.
Non onoriamo solo delle persone che hanno messo in gioco la loro vita per la Resistenza e per la Giustizia.
Onoriamo, attraverso questo momento di storia pubblica, proprio la Memoria.
Oggi più che mai, quando la nostra attenzione è inondata dall’arbitrario, dall’irresponsabilità, dalla violenza, è importante affermare il ruolo della memoria come uno dei pilastri di una società più giusta.
Come Comunità, noi SIAMO la nostra Memoria.
Senza memoria non possiamo che definirci in maniera banale, con un primitivo «noi e gli altri », ed è il primo passo verso quel rifiuto degli altri che tanto oggi fa soffrire.
Senza memoria, i fatti perdono di importanza, e la verità perde importanza. Cadiamo in balia di chi il passato vuole riscriverlo, e chi vuole raccontare il presente come gli aggrada.
Senza memoria, la nostra vita di comunità è piatta e breve, si sperpera nella contingenza, soprattutto fa fatica a proiettarsi in un futuro, a costruire i differenti futuri possibili dei quali abbiamo bisogno per un mondo più giusto e più felice.
Senza memoria, non sappiamo di cosa e di quanto di buono sono stati capaci i nostri padri e nonni. E non sappiamo che saremo capaci di fare quello che ci spetta fare.
Vi ringraziamo dunque di aver dato la vostra presenza e il vostro tempo per questo lavoro di Memoria, per tenere vivi quei valori di giustizia, di dignità e di solidarietà che animarono allora la Resistenza, che animarono anche gran parte del Ticino che questa Resistenza la sostenne e l’accolse, come qui a Locarno.
