La rottura storica tra UDC e Lega dei Ticinesi, il caso Claudio Zali e la pressione su Norman Gobbi ridisegnano gli equilibri della destra ticinese in vista delle elezioni cantonali del 2027. Chi conquisterà il Consiglio di Stato? L’analisi attraverso i precedenti europei — dall’Ibiza-gate austriaco alla crisi della Lega Nord — suggerisce tre scenari.
Nel giugno 2019, un video girato di nascosto in una villa a Ibiza fece crollare in poche ore la carriera politica di Heinz-Christian Strache (1969), vicecancelliere austriaco e leader del Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ). La coalizione di governo con i popolari di Sebastian Kurz (1986) si dissolse nel giro di giorni. Il partito che aveva costruito la propria legittimità sulla denuncia della corruzione altrui si ritrovò improvvisamente a dover giustificare la condotta del proprio vertice. Sette anni dopo, a migliaia di chilometri di distanza, le analogie con quanto sta accadendo in Ticino sono difficili da ignorare.
La diffusione di intercettazioni e registrazioni audio che hanno coinvolto il consigliere di Stato Claudio Zali (1961) — con le conseguenti richieste di dimissioni dall’UDC e la rinuncia temporanea ad alcune deleghe governative — ha innescato una crisi che va ben oltre la vicenda personale. Il caso Zali è il catalizzatore di un processo più ampio: la rottura tra UDC e Lega dei Ticinesi, la fine di un’alleanza che per un ventennio ha definito gli equilibri della destra cantonale, e la messa in discussione della ragion d’essere di un movimento che dal 1991 ha segnato la politica ticinese come nessun altro partito regionale in Svizzera.
Per comprendere cosa potrebbe accadere nel 2027, vale la pena guardare a cosa è già accaduto altrove.
Il precedente austriaco: vulnerabilità di chi predica trasparenza
Il caso dell’FPÖ è il parallelo più immediato. Il partito di Jörg Haider (1950-2008), poi di Strache, aveva costruito il proprio consenso sulla promessa di pulizia contro i “palazzi” della politica viennese. Quando lo scandalo colpì il vertice stesso, l’effetto fu devastante non tanto per i contenuti delle registrazioni — gravi, ma politicamente gestibili — quanto per la contraddizione strutturale tra il messaggio e la condotta. Il partito perse voti a favore della destra tradizionale (ÖVP) e impiegò anni per recuperare terreno.
La Lega dei Ticinesi si trova di fronte a una dinamica simile. Un movimento che ha fatto dell’anti-establishment e del pragmatismo di governo la propria doppia identità subisce un danno proporzionalmente maggiore quando lo scandalo tocca un esponente di vertice. Non si tratta soltanto di una questione di credibilità individuale, ma di coerenza narrativa dell’intero progetto politico.
Il fantasma di Pim Fortuyn: cosa succede quando il carisma viene meno
Un secondo parallelo, meno evidente ma strutturalmente più profondo, riguarda la Lista Pim Fortuyn (LPF) nei Paesi Bassi. Fortuyn (1948-2002) irruppe sulla scena politica olandese nel 2002 con una forza dirompente, conquistando 26 seggi parlamentari in pochi mesi. Il suo assassinio, avvenuto nove giorni prima delle elezioni, privò il movimento della sua unica fonte di coesione. I ministri della LPF entrarono in governo ma si rivelarono incapaci di gestire il potere senza la guida carismatica del fondatore. Nel 2006, la lista era scomparsa dal panorama parlamentare.
La Lega dei Ticinesi ha già attraversato una fase analoga con la morte di Giuliano Bignasca nel 2013. Allora, la presenza di figure governative consolidate, Zali e Norman Gobbi in Consiglio di Stato, Michele Foletti (1966) a Lugano, permise al movimento di sopravvivere alla transizione. Nel 2026, con Zali ridimensionato dallo scandalo e l’alleanza con l’UDC in frantumi, quella rete di sicurezza istituzionale si è assottigliata. La domanda che la LPF non seppe risolvere – come sopravvive un movimento personalista senza il suo uomo forte? – si ripresenta in forma aggiornata.
La Lega Nord e la trappola dell’alleato più grande
Il terzo parallelo tocca la storia italiana. Prima che Matteo Salvini (1973) trasformasse la Lega Nord in un partito nazionale, il movimento di Umberto Bossi (1941-2026) visse per due decenni la tensione tra due anime inconciliabili: quella “di lotta”, radicata nel territorio, con un forte accento sociale e lavorista, e quella “di governo”, legata all’alleanza con il centro-destra di Silvio Berlusconi. Ogni volta che la Lega Nord entrava in coalizione con Forza Italia, guadagnava potere istituzionale ma perdeva specificità politica. L’alleato nazionale, più strutturato e ideologicamente coerente, finiva per erodere lo spazio del partner territoriale.
La dinamica tra Lega dei Ticinesi e UDC rispecchia questo schema. L’UDC è un partito federale con una piattaforma ideologica definita, una struttura organizzativa capillare e una presenza consolidata a Berna. La Lega è un movimento cantonale, nato dalla protesta, cresciuto nel governo, ma privo di un ancoraggio programmatico paragonabile. Con la rottura dell’alleanza, l’UDC può reclamare in proprio la guida della destra cantonale, offrendo agli elettori conservatori un’opzione che non porta con sé il bagaglio degli scandali leghisti.
2027: tre traiettorie possibili
Le elezioni cantonali del 2027 non saranno per la Lega dei Ticinesi una normale competizione elettorale, ma un referendum sulla propria sopravvivenza come soggetto politico autonomo. L’analisi storica dei casi europei analizzati in questo contributo suggerisce tre scenari.
Il primo, e più probabile, è quello del ridimensionamento regionalista. La Lega perde la centralità nel Consiglio di Stato e viene riassorbita in una dimensione municipale — Lugano, le Valli — mentre l’UDC conquista l’egemonia nell’elettorato di destra cantonale. È la traiettoria che ha seguito l’FPÖ dopo l’Ibiza-gate, prima della lenta ricostruzione.
Il secondo scenario prevede un ritorno alle origini populiste, sulla scia del Mattino della Domenica degli anni Novanta. La Lega abbandona la postura istituzionale, si radicalizza sui temi identitari e sociali — frontalieri, pressione fiscale, difesa del lavoro locale — e si smarca dalla linea neoliberista dell’UDC. Il risultato sarebbe un movimento più piccolo ma con un profilo distinto, capace di occupare una nicchia che l’UDC non può riempire.
Il terzo scenario, quello della normalizzazione, implicherebbe una subordinazione strutturale all’UDC: la Lega si trasforma in una componente civico-territoriale del partito democentrista, rinunciando di fatto alla propria autonomia in cambio di una sopravvivenza organizzativa.
Qualunque sia l’esito, il ventennio di egemonia dell’asse leghista a Bellinzona si è chiuso. La storia europea insegna che i movimenti populisti possono sopravvivere alla perdita dei fondatori, agli scandali e alla rottura delle alleanze — ma raramente a tutte e tre le cose insieme.
Lega dei Ticinesi — Cronologia 1991–2026
Dalla fondazione alla crisi identitaria e i recenti scandali politici
| Anno | Evento | Contesto |
|---|---|---|
| 1991 | Fondazione ed esordio | Giuliano Bignasca fonda il partito il 17 gennaio insieme a Flavio Maspoli (1950-2007) e Mauro Malandra (1942-2016). Alle prime elezioni cantonali ottiene 3 seggi nel Gran Consiglio. |
| 1995 | Ingresso in Governo | Marco Borradori viene eletto nel Consiglio di Stato, segnando l’ingresso storico del movimento nell’esecutivo cantonale. |
| 2003 | Alleanza con l’UDC | Avvio del longevo apparentamento con l’Unione Democratica di Centro (UDC) per le elezioni federali. |
| 2008–2010 | Riconoscimento internazionale | Bignasca incontra Umberto Bossi e i vertici della Lega Nord per vertici su temi transfrontalieri (Malpensa, scudo fiscale, segreto bancario). |
| 2011 | Picco elettorale e raddoppio | Con il 29,7% dei consensi, supera il PLR: diventa il primo partito in Governo con un secondo seggio in Consiglio di Stato e ottiene 21 seggi al Gran Consiglio. |
| 2013 | Morte del fondatore e Municipio di Lugano | Muore Giuliano Bignasca; la guida passa de facto al fratello Attilio. Nello stesso anno Marco Borradori viene eletto sindaco di Lugano. |
| 2019–2020 | Passaggio generazionale e comitato ristretto | Si insedia una gestione collegiale. Con la scomparsa di Attilio Bignasca (2020) il partito rimane privo di un unico leader. |
| 2021 | Lutto a Lugano e riforma statutaria | Muore il sindaco Marco Borradori (1959-2021); gli succede Michele Foletti. La Lega abolisce la carica di Presidente e introduce un Consiglio Esecutivo collegiale. |
| 2022 | Elezione del primo Consiglio Esecutivo | Viene formalizzata la nuova governance guidata da figure storiche e rappresentanti territoriali (Quadri, Gobbi, Zali, B. Bignasca). |
| 2023-2024 | Flessione elettorale e riorganizzazione | Calo di consensi alle cantonali (da 22 a 14 deputati) e sorpasso subito dall’UDC alle federali. Tra fine 2023 e inizio 2024 Norman Gobbi viene nominato coordinatore ad interim. |
| 2023–2024 | Lo scandalo dell’incidente stradale di Norman Gobbi | Scoppia il caso dell’incidente notturno di Gobbi a Stalvedro e delle irregolarità nel test alcolemico. Scatta un’inchiesta giudiziaria a carico di agenti di polizia per favoreggiamento, creando forte pressione politica sui vertici leghisti. |
| 2025 | L’”arrocchino” di Governo tra Zali e Gobbi | Per gestire le tensioni istituzionali legate al processo sulla polizia, il Consiglio di Stato approva un parziale scambio di deleghe: Claudio Zali rileva la conduzione politica di Polizia e Magistratura, mentre Norman Gobbi ottiene la Divisione delle costruzioni. L’operazione viene fortemente criticata dalle altre forze politiche. |
| 2026 | Rottura e ‘divorzio’ UDC-Lega | L’UDC ufficializza la rottura dell’alleanza con la Lega dei Ticinesi in vista delle elezioni cantonali del 2027, ponendo fine a un accordo storico e annunciando una corsa autonoma |
| 2026 | Lo scandalo delle intercettazioni di Claudio Zali | Vengono diffusi audio compromettenti attribuiti al Consigliere di Stato Claudio Zali. Lo scandalo provoca una bufera politica e riapre il nodo della gestione delle deleghe di Governo e della Magistratura. |